Yoth Iria – As The Flame Withers

0
982

La storia dei Yoth Iria è una delle più classiche e l’abbiamo raccontata poco meno di un anno fa nella recensione dell’ep “Under His Sway”, lavoro che ha esaltato la critica in tutti i siti e le riviste specializzate in musica estrema. “As The Flame Withers” segna il tanto atteso debutto discografico sulla lunga distanza del killer duo greco, formato da Jim Mutilator e The Magus, e si distacca piuttosto nettamente dal black metal per com’è comunemente conosciuto, pur mantenendo un approccio ortodosso. Se si cercano blast esasperato e tremolo picking stile motozappa qui si fa un buco nell’acqua: “As The Flame Withers” è in primis un disco mediamente lento, un requiem occulto tendente a una forma astratta di doom dai colori purpurei, che si lascia andare alle sferzate tipiche del black solo in rare occasioni, mantenendo un piglio epico e riflessivo che potrebbe contraddire le aspettative che ci si era fatti sulla band all’ascolto dell’eccezionale ep d’esordio.

Introspettivo, arcano e mai banale, l’album si articola in otto complessi capitoli che difficilmente potranno lasciare il segno al primo ascolto: gli Yoth Iria non sono una band superficiale o per coloro che prediligono un approccio “in your face”; qui la musica va ascoltata e studiata in ogni singolo secondo, ogni fraseggio, ogni fill di batteria e ogni sfumatura. Un disco complesso e vario, che potrebbe strizzare l’occhio al progressive metal (basti ascoltare l’apoteosi delle chitarre nell’apertura dell’opener “The Great Hunter”) così come al metal classico ottantiano e alla NWOBHM (la parte centrale e finale di “The Crown Turns Black” o il solo della magnifica “Unbound, Undead, Eternal”) o al doom più ricco di classe ed eleganza (la conclusiva e maligna “The Luciferian”). L’autocelebrativa “Yoth Iria” è il classico mid tempo evocativo, con l’esplosione melodica del ritornello che mette in luce il lavoro maniacale del gruppo nella scrittura di un disco dove nulla è stato lasciato al caso.

Basti pensare a “The Mantis” che, dopo un’intro fiera e guerrafondaia, si sviluppa come una song di matrice tipicamente greca, grazie a un riff serrato e arioso che può richiamare Varathron e Katavasia. Ascolto dopo ascolto il disco cresce e si lascia scoprire in tutti i suoi angoli più nascosti, ma non per questo meno interessanti, esaltando da un lato il lavoro devastante di Maelstrom dietro le pelli (a mio parere uno dei drummer più letali della scena ellenica e tra i più completi nel genere estremo; mai sazio di fill, senza però mai eccedere in inutili protagonismi) e dall’altro l’apporto di George Emmanuel, deus ex machina dei Lucifer’s Child, alla chitarra (non certo l’ultimo arrivato), che mette in luce tecnicismi di livello superiore ed una spiccata propensione melodica, con solos che starebbero bene indifferentemente in un disco black, heavy e power.

Pazzesco anche il lavoro in cabina di regia dello stesso Emmanuel (sia produttore che ingegnere del suono), per un disco dai suoni cristallini e perfetti che ne evidenziano ogni sfumatura sonora. Sarebbe inutile dilungarsi ulteriormente: vi priverei del piacere di addentrarvi direttamente in un lavoro maestoso come “As The Flame Withers” che si candida fin da ora ad essere una delle migliori uscite dell’anno: un disco che in qualche modo reinventa il metal estremo, senza stravolgerlo, facendo capire ai più scettici che si possono toccare punte di cattiveria luciferina senza necessariamente tenere sempre il piede premuto sull’acceleratore; quarantasette minuti di apoteosi metallica al limite della perfezione, tale da lasciarci stupiti di fronte a tanta bellezza e completezza artistica.