Black Metal Revelation Tour 2023 Part II 07/12/2023 The Underworld – Londra

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Ci troviamo nuovamente a Camden Road in questa piovosa serata invernale per il ritorno dei Gorgoroth, concerto già sold out da alcune settimane, che si prospetta davvero folle. I norvegesi, una delle band più controverse del pianeta, sono accompagnati dagli Aeternus, con i quali condividono lo stesso batterista. Inoltre, per chi non lo sapesse, dal 1995 al 1997 Ares, leader degli Aeternus, ha suonato come bassista nei Gorgoroth; si tratta quindi di un concerto tra conterranei, con ex membri e session in condivisione.

Aran Angmar

Il compito di aprire la serata, alle 19,00 spaccate, tocca a questa formazione internazionale, che coinvolge anche due musicisti italiani. La proposta della band mi ricorda fortemente gli ultimi Behemoth, con brani carichi di sfuriate death metal che si evolvono tra mid-tempos e parti molto melodiche. La scaletta è incentrata particolarmente sulla nuova release “Atavism & Dying Stars”, uscita ad aprile per la norvegese Hellstain Productions. Trenta minuti tirati durante i quali la band coinvolge abbastanza bene il pubblico, già numeroso sin dall’apertura delle porte.

Impalement

Gli Impalement sono una one man band svizzera, con all’attivo due album autoprodotti. Il leader Beliath è accompagnato da tre session, con i quali propone un death metal brutale, con tratti swedish black alla Dark Funeral. Anche loro si concentrano sull’ultima release uscita quest’anno, intitolata “The Dawn Of Blackened Death”. A petto nudo come dei vichinghi, tra blast beats e assoli di Beliath ben costruiti, tengono il palco abbastanza bene con la proposta più death oriented della serata. Il batterista è una vera macchina da guerra e la band, tralasciando qualche piccola intro e proclami del frontman, travolge il pubblico come un carro armato. Ottima prova per questa band svizzera, che sicuramente farà strada negli anni.

Aeternus

Breve soundcheck fatto direttamente dalla band “dark metal” di Bergen, senza vestiti di scena, che abbandona il palco per tornare poco dopo. Niente borchie colossali da ferramenta o corpsepaint, il gruppo si propone con un look sobrio, leggermente vichingo. Ares annuncia che la setlist sarà ricca di brani tratti dall’ultima loro fatica, intitolata “Philosopher”, e la band dimostra un’ottima padronanza del palco che, unita a un sound molto massiccio, valorizza i brani di quest’ultimo disco. Le voci in growl del frontman sono davvero potenti e vengono alternate da qualche parte pulita.

La batteria di Phobos (che rivedremo dopo con i Gorgoroth) con i tom in primo piano, ricchi di riverbero, crea un certo pathos ed è sicuramente un grande punto di forza della band. Ares scambia qualche battuta con il pubblico e la scaletta scorre senza tregua fino all’ultimo brano, investendoci con un black/death a tratti un po’ epico.

Gorgoroth

Finalmente è arrivato il momento più atteso della serata. Sul palco arrivano svariate bottiglie per Hoest e il resto della band mentre gli stage tech si occupano del soundcheck. Niente particolari scenografie, solo il logo dei Gorgoroth sulle due casse della batteria che rimpiazza quello degli Aeternus.

La band tarda una decina di minuti ad arrivare rispetto alla tabella di marcia ma ecco che calano le classiche luci rosse, da anni marchio di fabbrica del loro stage, e il gruppo fa il suo ingresso sulle note della marcia funebre di Chopin. “Bergtrollets Hevn” scalda da subito l’Underworld; Hoest è un animale da palco posseduto dal vero spirito del black metal e sa come intrattenere il pubblico. Usa l’asta del microfono quasi come un’arma e scalcia a destra e sinistra nonostante lo stage sia abbastanza piccolo. Il locale è ormai strapieno e siamo quasi in transenna, a pochi metri dal riffmaster Infernus; qualche accenno di pogo ci sbalza praticamente in prima fila sulle note dei brani più recenti della discografia come “Aneuthanasia” e “Prayer”, che ormai possiamo considerare come un classico della band, mentre “Katharinas Bortgang” e “Revelation Of Doom” ci riportano al black metal più puro e acido degli esordi.

Sia la formazione che la setlist sono consolidate da anni; i musicisti live session che portano avanti il nome Gorgoroth sanno il fatto loro: al basso troviamo il nostro connazionale Guh.Lu, mentre alle pelli ritroviamo la macchina da guerra Phobos. Hoest accompagna la band da quasi un decennio; non ho mai capito la scelta di Atterigner alla voce nell’ultimo disco del 2015 (seppure sia un ottimo cantante e si tratti di un disco ben riuscito) e da lungo tempo spero vivamente in un album con Hoest. L’arpeggio di “Forces Of Satan Storms” ipnotizza letteralmente il pubblico; Hoest strappa le setlist inzuppate di alcol (presumo) e corpsepaint e le lancia tra il pubblico una dopo l’altra. “Ødeleggelse Og Undergang” e “Blood Stains The Circle” da “Under The Sign Of Hell” del 1997, eseguite in maniera impeccabile, alzano sempre di più l’asticella di questa serata. La setlist è sempre ben equilibrata e percorre un po’ tutta la discografia; “Destroyer” viene seguita tutta d’un fiato da “Incipit Satan”, mentre Hoest coinvolge il pubblico calando tra le prime file l’asta del microfono durante il ritornello per far cantare i presenti.

I riff solisti di Infernus sono un vero cult che fanno venire sempre la pelle d’oca dopo centinaia di ascolti, alternati da palm mute, stacchi e improvvise impennate di bpm. Si torna di nuovo a “Under The Sign Of Hell” con “Krig”, per poi proporre “Kala Brahman”, brano tratto da “Instinctus Bestialis”.

Hoest è senza dubbio il frontman definitivo per la band e riesce a interpretare in maniera magistrale ogni era della lunga carriera dei Gorgoroth. La setlist si chiude con una spettacolare esecuzione di “Unchain My Heart!!!” accompagnata sul finale dalle stesse note dell’apertura con la marcia funebre, mentre Hoest raccoglie un paio di bottiglie dal palco e fugge nel backstage con il resto della band. Niente selfie con il pubblico sullo sfondo, interazioni con i fans o stronzate varie. Solo black metal puro e crudo, prendere o lasciare.