ABBATH + HELLRIPPER – ELECTRIC BALLROOM, LONDRA, 23/06/2024

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Dopo una pausa forzata dai concerti, finalmente siamo tornati a Londra per una data attesissima. Abbath degli Immortal, noto personaggio, amato e odiato, che considero quasi il Gene Simmons del black metal, è tornato sul palco. Dopo la scissione con gli Immortal, la sua carriera solista ha fatto discutere, ma ci ha comunque consegnato album di buon livello, in linea di massima accolti positivamente dalla critica e dal pubblico. Anche se si tratta di un live come Abbath, non ci sarà nulla dai suoi dischi solisti; qui torniamo agli albori, partendo da “Diabolical Fullmoon Mysticism” per ripercorrere tutta la sua carriera con gli Immortal. “Return To The Raven Realms”, con la sua locandina accattivante, ci ha convinto da subito ad acquistare i biglietti. Un lungo sospiro di sollievo, per non doverci sorbire noiosi opening fuori tema: finalmente un’apertura di grande livello con gli Hellripper, che volevo vedere da tempo. Arrivati a Camden qualche ora prima del concerto, incontriamo Matteo Bassoli, bassista di Me And That Man e guitar e drum tech per Abbath. Entriamo alle 19.15 e vediamo il merch di Abbath, con una lunga fila per calzini col suo corpsepaint e pelli di batteria autografate. Pochi minuti prima dell’inizio del concerto, ci avviciniamo al banchetto degli Hellripper dove troviamo James in persona a vendere il suo merch. Compriamo qualche spilla e scambiamo due battute, organizzando una futura intervista (che troverete prossimamente su queste pagine).

Non più di cinque minuti dopo, lo ritroviamo sul palco con un pubblico già numeroso e attento, a cantare “All Hail The Goat”. Gli Hellripper riescono a proporre musica “revival” senza cadere nel banale. La setlist è killer e corposa, con brani tiratissimi dal sound thrash anni ottanta, con una vena black metal, e ripercorre gran parte della discografia dagli esordi nel 2015 fino ad oggi.

Tra i pezzi migliori, “Nunfucking Armageddon 666”, dallo split con i Barbatos. Durante lo show, James ironizza sul palco con alcune battute sui concerti di Taylor Swift in questi giorni a Londra. Senza perdersi in troppi proclami, lancia “Goat Vomit Nightmare” dall’ultimo album, dando vita ad un pogo caprino nella sala. Il batterista session mi ha impressionato particolarmente: un vero animale dietro le pelli. Un altro dei brani ormai classici è “Bastard Of Hades,” al limite tra i Metallica degli anni ottanta e i Motörhead, che incalza ancora di più un pogo ormai molesto. La performance si chiude con “Headless Angels.” Che dire se non: una formula vincente. Metal caprino, thrash, black e 666… cosa chiedere di più? Auguriamo a James di portare avanti questo progetto nel tempo e mantenere il suo trademark.

Dopo una breve pausa per il cambio palco e con un tempismo perfetto rispetto agli orari annunciati, la terra di Blashyrkh si manifesta subito portando il gelo più totale con “Sons Of Northern Darkness”. Abbath, bardato con la sua mega armatura, piomba sul palco carichissimo e sembra in buona forma. Il drumming maestoso di Ukri Suvilehto asfalta il pubblico insieme alle chitarre taglienti.

Giusto il tempo di un breve saluto ed ecco che parte “The Call Of The Wintermoon”: chi, ascoltando metal estremo, non ha mai visto il video al limite tra l’epico e il ridicolo? Il brano, tratto dall’album che preferisco, ci riporta agli albori degli Immortal, con riff scarni e un drumming sempre più selvaggio. Lo stage è semplice, senza particolari scenografie, con una mega scritta Abbath creata da una struttura in metallo: purtroppo stasera niente giochi pirotecnici a differenza delle precedenti date di questo tour.

Una chitarra clean dal tipico suono alla Immortal apre “Norden Of Fire,” estratta dall’ultimo album della band che vide la partecipazione di Abbath. Ci catapultiamo poi nel 1999 con “Solarfall,” brano ormai diventato culto. La band esegue le canzoni fedelmente, i suoni sono curati specialmente rispetto all’inizio dello show. Abbath accenna un piccolo assolo e chiude il brano incitando la folla e scherzando con il suo tipico umorismo. Senza lasciare troppo spazio alle chiacchiere, inizia “One By One”, che travolge il pubblico come un carro armato: uno stacco secco interrompe il brano per annunciare i componenti della band, poi la canzone ricomincia e asfalta definitivamente il pubblico.

Il gelo di Blashyrkh ripiomba nell’aria: dopo un breve ringraziamento al pubblico, inizia la cavalcata epica di “Tyrants”, con uno scambio di arpeggi tra il chitarrista Ole e Abbath davvero emozionante. Si torna quindi di nuovo agli albori della band con “The Sun No Longer Rises”, tratta da quel “Pure Holocaust” del 1993 che ancora oggi è tra i dischi più puri (appunto) e amati degli Immortal.

Dopo altri due brani tratti da “At The Heart Of Winter” e “All Shall Fall”, Abbath conclude la setlist indossando un’enorme maschera da caprone e suonando la celebre “Blashyrkh (Mighty Ravendark),” che lascia il pubblico in estasi. Che dire in conclusione? Sicuramente i tempi in cui il black metal sembrava un fenomeno mitico e occulto, senza la presenza invasiva del web e dei social media, sono ormai lontani. Allora, tutto pareva avvolto nel mistero, dominato da personaggi semi-sconosciuti che abitavano boschi innevati.

Oggi, tra storie su Instagram e rivelazioni di ogni tipo, quell’aura leggendaria è stata in gran parte dissipata. Tuttavia, stasera abbiamo rivissuto almeno in parte lo spirito del black metal norvegese. Nella speranza di una reunion con Demonaz, mi ritengo più che soddisfatto di questa esperienza che ha celebrato gli Immortal e ha dimostrato che Abbath è un grande musicista e frontman, al di là di snow globe e meme vari sulle sue cadute rocambolesche.