Bras D’ Honneur, ovvero l’equivalente francese del nostro gesto dell’ombrello: un moniker appropriato per un gruppo che si pone il condivisibile proposito di mandare a quel paese il mondo intero. E non è meno programmatico ed esplicito il titolo di questo disco d’esordio, fuori per la Primitive Reaction, etichetta sempre foriera di gustose nefandezze sonore. Si tratta dell’ultima creatura di Roman Saenko e Vlad, già noti ai vostri cuoricini neri per progetti come Drudkh, Precambrian, Blood Of Kingu e Rattenfänger, che qui decidono di dare definitivo e libero sfogo alla loro sete di sangue e alla loro voglia di black/death metal nella sua forma più basilare e impenitente. Un torrente di ben tredici canzoni compresse in poco più di mezz’ora di durata, veloci e costruite su un paio di riff al massimo, con pochissimi e semplicissimi cambi di tempo, che nella maggior parte dei casi sono strutturati sulla consueta alternanza tra strofa e ritornello, il tutto per creare un ipnotico sproloquio di odio senza soluzione di continuità. E già questo dovrebbe essere sufficiente a descrivere il minimalismo sonoro e l’attitudine sfacciata di un disco nato evidentemente come sfogo, con uno spirito quasi punk.

I punti di riferimento sono abbastanza facilmente individuabili nella mistura black/death ruvida e elementare di gruppi come Von, Profanatica, Havohej o Belial, e mentre nei momenti più black oriented spunta fuori come un fungo velenoso l’influenza ingombrante di Ildjarn non mancano neppure passaggi decisamente affini ai canoni del death metal più brutale, come avviene ad esempio in “Eaten Alive By The Pigs” e “Disemboweled” che fin dal titolo richiamano un certo tipo di atmosfere grandguignolesche più confacenti a un disco dei Mortician che a un disco black propriamente detto. Sarà che il cantato di Saenko è lontanissimo dal classico screaming e, come avviene in quello che è forse il suo progetto principale, ovvero gli Hate Forest, è a metà strada tra il growling cavernoso e il ringhio di un cane inferocito, cosa che stride abbastanza con le partiture tradizionalmente black pure presenti in abbondanza in “Hate Speech” e al contempo contribuisce a dare corpo a quel piglio arrogante stile “me ne frego di tutto e di tutti” che rappresenta in sostanza la cifra essenziale di questo lavoro. Ecco in fin dei conti proprio gli Hate Forest potrebbero essere un’altra consona pietra di paragone di questo progetto, che rispetto ai primi spinge ancora di più sul pedale del primitivismo e della semplificazione sonora, fatte salve le influenze death metal di cui si è già detto. Insomma senza mezzi termini è un bel calcio nel culo che però potrebbe facilmente lasciare il tempo che trova, a prescindere dal quel senso di esaltata e adolescenziale ribellione che legittimamente vi assalirà al primo impatto. La presentazione recita “Hate Speech” “è il disco che questo mondo moderno merita”: potrebbe anche essere così ma il rischio che possa essere messo da parte dopo qualche ascolto a mio avviso è concreto.









