Nel panorama del metallo nero italiano Hesperia rappresenta una realtà di culto rara e incorruttibile. Nata nel 1997 per mano del polistrumentista Hesperus, la one man band marchigiana ha coniato la definizione di “aeneid metal”: un black metal di matrice squisitamente anni novanta, teatrale e viscerale, votato alla rievocazione della storia, dei miti e del folklore della penisola. Con “Picenum (True Marchigian Black Metal Reinassance)” gli Hesperia firmano il proprio manifesto più ambizioso e radicale, trasformando ottanta minuti di musica estrema in una monumentale discesa nella memoria oscura delle Marche. Seguito ideale di “Fra li Monti Sibillini” il nono full length della creatura di Hesperus abbandona ogni remora per fondere la ferocia del true black metal di scuola norvegese con faide medievali, citazioni in dialetto, folklore rurale e testimonianze orali. Il risultato è un’opera colossale e fiera, che supera i confini del semplice disco per farsi vero e proprio atto di devozione verso la propria terra.

L’album, fuori sotto l’egida della Hammerhearth Records, rispetto al suo predecessore amplia la narrazione dalla sola catena dei monti Sibillini all’intera regione delle Marche, tra il tardo Medioevo e l’ombra oscura del Rinascimento. Il percorso si suddivide in tre parti ben distinte fra loro: storia, folklore, ritorno sui Monti Sibillini. Dopo il prologo “Ver Sacrum” l’album scende nei dettagli storici con “1375, La Lega Maledetta: I Signori Da Varano Si Ribellano Alla Chiesa” e da subito emerge il connubio fra un black metal tremendamente devoto a quello dei “padri fondatori” della seconda ondata e innesti folk che combinano musica con strumenti tradizionali a un narrato che approfondisce la narrazione come una sorta di audiolibro: nonostante per alcuni il risultato potrebbe risultare forzato, il binomio regge perfettamente e non annoia. Hesperus descrive e analizza gli scontri, il condottierismo, i castelli edificati su necropoli antichissime (“Castrum Pitini”) e le roccaforti dei signori della guerra legati alla necromanzia (“La Leggenda Della Roccaccia”).

La sezione centrale dedicata al folklore attinge direttamente al patrimonio orale marchigiano e in brani come “Lu Lupu Mannà” (il licantropo locale) e “La Sdrega” (la strega) così come nei vari riferimenti al mazzamurello (folletto dispettoso della tradizione popolare del centro Italia) il testo fa ampio uso del dialetto. In questo blocco sono inseriti campionamenti reali della voce della nonna di Hesperus che racconta queste leggende: una scelta artistica che sottolinea l’intento concettuale dell’opera, volto a preservare e tramandare la tradizione e i racconti popolari della regione. La parte conclusiva chiude il cerchio con il disco precedente. La narrazione affronta il mito delle fate caprine (“Il Sentiero Delle Fate”) e la testimonianza storica di Antoine de La Sale, il cavaliere e scrittore francese che nel 1421 salì fino alla grotta della Sibilla (“Mons Daemoniacus”). Musicalmente parlando, rispetto al predecessore la matrice black metal anni novanta (con evidenti riferimenti alla trilogia iniziale dei Satyricon e agli Emperor) mostra un’evoluzione nel riffing, che risulta più articolato, con inserti anche di matrice first wave ottantiana e controbilanciato da synth d’atmosfera. La componente vocale è ancora più teatrale, con un forte incremento del dialetto marchigiano affiancato all’italiano e al latino. L’uso di percussioni tradizionali e strutture acustiche bilancia l’aggressività delle tracce metalliche, restituendo la doppia anima medievale e rurale della regione. La produzione è nitida ma fedele al gusto underground, soluzione pressoché perfetta per un disco black metal nel 2026.

Questa nuova fatica consolida e porta a compimento la maturità espressiva di Hesperia, che personalmente faccio coincidere con l’approdo in Hammerhearth e il disco precedente. Nonostante la mole imponente in termini di durata, la divisione tematica evita la dispersione; tuttavia l’ascolto richiede un’altissima soglia di attenzione, cosa che per alcuni potrebbe risultare faticosa, anche perché la massiccia presenza di passaggi recitati che interrompe il flusso musicale potrebbe risultare indigesta a chi predilige cose più dirette e lineari. Tuttavia “Picenum” si impone come una delle opere più sincere e ricche di personalità partorite dall’underground estremo italiano in tempi recenti. La straordinaria cura storiografica, l’uso coraggioso del folklore dialettale e la capacità di evocare un’atmosfera al contempo feroce e arcaica compensano ampiamente il minutaggio imponente e un approccio teatrale che potrebbe non essere per tutti. Hesperus firma un lavoro orgoglioso e viscerale, un vero e proprio monumento di pietra, metallo e memoria che merita un posto di rilievo nella discografia della band e nel panorama pagan/black italiano di questi anni.









