Urna – The Great Jihad

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Gli Urna da Cagliari, dopo il quarto full “Mors Principum Est” del 2013 hanno intrapreso un lungo percorso compositivo, durato quasi tredici anni, che ha dato alla luce in questo 2026 (l’uscita ufficiale è prevista per il prossimo 16 di ottobre) il quinto album dal titolo “The Great Jihad” (letteralmente il grande sforzo o impegno verso Dio). A eccezione del debutto del 2004 “Justa Funebria”, che aveva brani interamente cantati in italiano, questa nuova opera vede per la prima volta l’abbandono della mai abbastanza celebrata lingua latina, già impiegata in “Sepulcrum”, “Iter a Lucem” e “Mors Principum Est”, in favore di liriche in inglese. RM e MZ sono le fervide menti che dal 2003 si celano dietro a svariati progetti metal che vanno dal doom al black e al funeral doom: gli Urna (che adesso si avvalgono anche della collaborazione di Sibilans alla batteria e di T al basso), gli ormai disciolti black metallers Locus Mortis e gli Arcana Coelestia, solo per citarne alcuni. Fin dagli esordi i due hanno fatto in modo che le produzioni delle loro band (almeno fino al 2013, anno in cui è iniziata la gestazione di “The Great Jihad”) si alternassero in un continuum di uscite discografiche e di espressioni artistiche di notevole spessore. È stata quindi abbastanza naturale la contaminazione, tra generi e band, che in questo “The Great Jihad” risulta piuttosto tangibile. Nel 2017, intervistati dal nostro Vomitorium per il progetto Locus Mortis, RM e MZ dichiaravano a proposito dell’ATMF: “Sta svolgendo un lavoro esemplare e siamo ampiamente soddisfatti del risultato andato ben oltre le nostre aspettative; Diego e la sua Label meritano la nostra totale gratitudine per il supporto e la fiducia offertaci”. E ancora: “Speriamo che questo rapporto con l’ATMF possa continuare con la stessa serenità con cui è nato”.

Sono passati dieci anni da allora e c’è ancora l’Aeternitas Tenebrarum Musicae Fundamentum dietro al gradito ritorno degli isolani Urna e sì, c’è ancora la Sardegna (da oltre un ventennio ormai) a fare da sfondo a certe solide realtà dedite con passione al culto delle più oscure sfaccettature del metallo. Sempre all’insegna della continuità con il passato, gli Urna si sono avvalsi per l’artwork e il layout anche questa volta di Francesco Gemelli (artista che ha prestato il proprio talento tra gli altri a Hammerfilosofi e al recente full dei Feralia “Ultima Requies” del quale ho avuto modo di parlare su queste pagine). Rispetto al passato poi non hanno fatto alcun passo indietro nemmeno in termini musicali, anzi hanno mischiato il funeral doom che li ha caratterizzati negli ultimi vent’anni con del tiratissimo quanto melodico e intellegibile black metal (l’aspetto, che ho maggiormente apprezzato già dal primo ascolto dell’iniziale “First Of Three”) dalle tematiche personali ed ermetiche, che rispecchiano il percorso spirituale di RM principale compositore delle liriche. Una scelta che si è rivelata davvero appropriata. Poco più di trentacinque minuti di durata per questo quinto full che rispetto al precedente“Mors Principum Est” del 2013 risulta meno claustrofobico seppur sempre oscuro e avvolto da una spessa coltre di tristezza.

Nella splendida ed emozionante trilogia iniziale è contenuta tutta l’essenza musicale dell’intero album: “First Of Three” è un brano black metal con voce tipicamente funeral, in “Second Of Three” l’anima funeral inizia timidamente a fare la sua comparsa e in “Third Of Three” quest’ultima prende con prepotenza il sopravvento. Ampiamente apprezzata la trilogia iniziale, l’album potrebbe anche finire qui e invece ci pensa “The Great Jihad”a ricordarci che le atmosfere alla Paradise Lost sono ancora attuali. Così come nella seguente “Dream Death, Towards Rebirth” gli echi dei Katatonia non sono poi così difficili da scovare. È però con la conclusiva e atmosferica “Four Levels Of Infinite Splendour” che gli Urna raggiungono l’apice della tristezza compositiva, certamente consapevoli che non servirà a rendere “il sonno della morte men duro”. In definitiva siamo di fronte a un ritorno convincente che mette in mostra una maturità compositiva raggiunta ormai da tempo: un album che sarà sicuramente gradito a quanti hanno apprezzato le precedenti produzioni della band sarda e che dimostra una volta ancora come la scena estrema nostrana di nicchia sia ben viva e in grado di dare alla luce lavori interessanti.