Entartung – Maleficae Artes

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Abbiamo già detto altrove che, negli ultimi anni, la scena estrema tedesca, in questo caso quella dedita al black metal più oltranzista, sta vivendo una giovinezza paragonabile a quella che visse, in quegli stessi lidi, il power metal classico negli anni novanta. Ad avvalorare questa nostra tesi, e a rimarcare l’egemonia tedesca durante questo anno pestilenziale, ci pensano gli Entartung, combo sulla scena da ormai un decennio, che con questo scintillante “Maleficae Artes” giunge alla quarta fatica sulla lunga distanza. Come in passato, il trio di Limburg predilige le composizioni articolate, lunghe e ricche di cambi di tempo, anche se in quest’occasione il tutto è enfatizzato al massimo, visto che ci troviamo di fronte ad un platter di quattro tracce di quasi dieci minuti l’una, più un breve interludio posto a metà tracklist come spartiacque, per dare all’ascoltatore una sorta di tranquillità emotiva e farlo poi immergere nuovamente nelle atmosfere malinconiche che la band tesse senza sosta. Non è un lavoro facilmente assimilabile “Maleficae Artes”, così come non lo erano i suoi predecessori, anche se in questo caso la complessità dei brani viene addirittura incrementata. Grazie alla lunga durata degli stessi la band ha infatti la possibilità di inserire una quantità incredibile di riff, trasportandoci in luoghi depressi e deviati: un viaggio nella desolazione che però non si risparmia in eleganza, sempre presente in qualsiasi arrangiamento e fondamentale nel conferire al disco un certo flavour romantico.

Fa piacere ascoltare un lavoro estremo che non mette da parte la sua anima più rude e oscura ma lascia anche libero sfogo al suo lato sperimentale. Termine da prendere con le pinze, che nella fattispecie indica la volontà della band di spingersi oltre, ossia oltre i già buoni risultati ottenuti con il precedente “Baptised Into The Faith Of Lust”. In questo nuovo capitolo discografico infatti, sin dall’opener “Tower Of Silence”, dopo un inizio canonico all’insegna del black metal più ortodosso, si nota come la band voglia esplorare soluzioni differenti, grazie a pause nel caos generato dal tremolo e dal furioso e ossessivo blast, che si concretizzano in momenti atmosferici che spezzano letteralmente la cavalcata infernale, cambiando completamente la struttura del brano e indirizzandolo su lidi più sincopati ma altrettanto malvagi. Durante tutto il disco questa sarà una costante:creare un’atmosfera capace di trasportare emotivamente l’ascoltatore, grazie all’eccellente utilizzo di tastiere, arpeggi e tempi più rarefatti. Pure le vocals sono degne di encomio, per la versatilità di Vulfolaic, a suo agio anche nelle parti narrate e in clean, che diventano fondamentali col passare degli ascolti. La parte centrale del disco è quella che colpisce di più, con la doppietta formata da “Bortförd” e “Circle Of Suffering”, due pezzi tanto diversi tra loro ma che si dividono la palma di miglior brano del lotto. La prima è più evocativa, con un inizio al limite del pagan, ma cresce col passare dei minuti insieme alle linee vocali, caratterizzate da lenta e sospirata ossessività che si evolve verso un più marcato caos tipicamente black metal.

“Circle Of Suffering” dal canto suo, al netto di una breve intro atmosferica, sfodera immediatamente denti e veleno, aggredendoci con un drumming devastante prima di un rallentamento marziale da headbanging assicurato, che strizza l’occhio al thrash. A chiudere questa visita nella piccola bottega degli orrori ci pensa la bellissima “Aufruhr MDXXV”, suite di ben dodici minuti, dove la band ripercorre tutto il suo sinistro repertorio: un viaggio nell’abisso più oscuro della mente umana, tra chitarre compresse, synth e malinconia; un continuo susseguirsi di tempi lenti e veloci, che palesa le varianti norvegesi e finlandesi del genere senza mai ridursi alla mera e miserabile copiatura. Altro aspetto che ci ha positivamente impressionato è l’accuratezza complessiva del prodotto, a partire dalla raffinata copertina, che rappresenta una versione modificata di un dipinto dell’italiano Salvator Rosa del 1668 “Saul and the Witch of Endor”, dove viene illustrato “un episodio biblico in cui re Saul evoca uno spirito con l’aiuto di una strega” e si collega in qualche modo alle tematiche esplorate nelle liriche. Completa il lavoro una produzione compatta, che non predilige uno strumento a sfavore di un altro ma genera una resa sonora coesa, morbida nelle parti atmosferiche e tagliente quando la band decide di pestare come un fabbro. Un disco che proietta gli Entartung verso un livello più alto e che sottolinea le capacità mostruose di una band che ha infinite carte da giocarsi all’interno della scena estrema underground, e non.