Avevamo lasciato Knjaz Varggoth e la sua creatura a quel “The Voice Of Steel” che ad oggi continua a rappresentare la migliore incarnazione della band nella sua versione epic/pagan/black metal. Nati come death metal band con il nome di Suppuration, i Nokturnal Mortum hanno attraversato diverse fasi nel corso della loro carriera, riuscendo in ognuna di esse a produrre lavori assolutamente degni di nota: dagli esordi melodico/sinfonici di “Goat Horns” alla furia devastante di “To The Gates Of Blasphemous Fire” e “Nechrist” fino alla svolta in chiave bathoryana di “Weltanschauung” e del già citato “The Voice Of Steel” e all’eterea complessità ai limiti del progressive del successivo “Verity”; il tutto senza mai trascurare un certo piglio folkeggiante che da sempre è presente nel dna della loro musica, pur nelle sue variegate manifestazioni. Un percorso che che per diversi aspetti può ricordare quello dei Graveland, realtà con cui i Nokturnal Mortum condividono anche l’accostamento a determinati ambienti ideologici di estrema destra, da cui peraltro la band ucraina sembra aver preso le distanze (almeno formalmente) da parecchi anni a questa parte. Li ritroviamo oggi con questo “Hurt”, ep dalla durata comunque consistente che, ve lo dico subito, non aggiunge e non toglie nulla alla discografia del gruppo ucraino e serve unicamente per “far girare il nome” nell’attesa del nuovo album, secondo uno schema ormai consolidato, che prevede appunto l’uscita dell’ep non come pubblicazione a sé stante ma come anticipazione del full prossimo venturo.

Il cuore di questo lavoro è rappresentato da “Eight Days To Spring”, probabilmente uno dei brani emotivamente più intensi mai scritti dalla band, concepito subito dopo l’uccisione di alcuni manifestanti da parte delle forze governative a Maidan negli ultimi giorni del febbraio 2014 e rimasto fino ad oggi inedito: si tratta di un pezzo che segue il nuovo corso dei Nokturnal Mortum, molto epico ed heavy, caratterizzato da un’atmosfera eroica e da un piglio pagan decisamente lontano dal black metal propriamente detto, che rimanda piuttosto a gente come Månegarm, Moonsorrow e Thyrfing, incorniciato da due composizioni elettroniche di natura concettuale che fungono da lunghissime intro e outro e sulla cui reale utilità mi permetto di esprimere sinceramente qualche riserva.

Completano l’ep le nuove versioni in studio di “Weltanschauung” e “The Forgotten Ages Of Victories”, classici del quintetto di Kharkiv, e la versione live di “Ukraine”, che a parere del vostro umilissimo recensore è semplicemente uno dei più gloriosi inni pagan/black che mai sia stato scritto (e dal vivo non perde un’oncia del suo impatto, sebbene la registrazione non sia delle migliori). Mi sembra perfino scontato precisare che siamo di fronte ad un lavoro destinato solo ai fans più irriducibili della ciurma capitanata da Knjaz Varggoth che, tolta la riregistrazione del leggendario demo “Lunar Poetry” nel 2022, in effetti non pubblica un album di inediti da ormai quasi dieci anni: un piccolo antipasto per stuzzicare l’appetito nell’attesa del piatto forte che speriamo non tardi troppo ad essere messo in tavola.









