Vokodlok – Oracle’s Fury

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Sono trascorsi diciassette lunghi anni dall’ultimo e unico disco dei rumeni Vokodlok e di sangue sotto i ponti ne è passato parecchio. Solitamente, a meno che non si tratti di band dal blasone e status elevato, al 99,9%, una band underground che per quasi vent’anni non dà notizie di se, viene letteralmente cancellata dalla memoria. Pertanto per i licantropi di Timisoara (la parola Vokodlok deriva dallo slavo “vukodlak”, che significa appunto licantropo), “Oracle’s Fury” ha quasi le sembianze di un debutto. Il passare inesorabile degli anni si sente, a partire dalla produzione, una delle migliori sentite di recente per una band dalla caratura underground così marcata: suoni scintillanti e ben definiti, che rendono l’incrociarsi degli strumenti su ogni pezzo comprensibile persino alle orecchie più distratte. In circa venticinque minuti di oscura essenza maligna i Vokodlok cercano di farsi perdonare la loro assenza con cinque missili più una cover posta in chiusura, nei quali mettono in luce il loro bagaglio esperienziale fuori dal comune, grazie a pezzi ispirati e devastanti, nei quali si spazia dal black metal classico a frangenti al limite del progressive e del metal classico.

Un ascolto, seppur complesso, che non risulta ostico o eccessivamente difficile, per via del fatto che i nostri ragazzi non eccedono mai in quantità smodate di cambi di tempo, riff inutili o virtuosismi fine a sé stessi, tutt’altro: ogni brano, intriso di atmosfere maligne debitrici alla scuola classica del genere, scorre via con una semplicità disarmante, lasciando già al primo ascolto sensazioni ben definite, nette e indelebili. Con l’opener “The Myths” si capisce qual è il nuovo (vecchio?) corso della band, ovvero cercare di unire al classico black metal della seconda ondata, fatto di sferzate di brutalità cieca tra blast e tremolo, influenze classiche e doom, con rallentamenti costanti, dove le chitarre tessono melodie maledette e bastarde, lasciando grande spazio ad atmosfere sognanti che, grazie alle chitarre e ai synth costantemente presenti, riescono a narrare dell’antica filosofia greca, principale argomento d’ispirazione di questo ep. Questi nuovi brani sono costruiti attorno a un concept che porta l’ascoltatore attraverso gli aspetti primordiali della paura e della fede, e brani come “Alive” o l’epica “O.F.” palesano le intenzioni della band: un costante alternarsi d’atmosfere, con un riffing elementare che si mescola ad arpeggi classici, avvalorato da una prestazione vocale di spessore, che preferisce un approccio ruvido e graffiato a discapito del classico scream acuto predominante tra le band più classicamente black.

“The Weak”, che è l’ultimo atto di una trilogia di pezzi ideologicamente e stilisticamente collegati tra loro (insieme a “In the Mind” e “O.F.”), si differenzia dagli altri brani in quanto ha una classica matrice prettamente greca che può ricordare i Nightfall più epici e veloci. Il lavoro si conclude con “I Build The Symmetry Of Chaos”, cover dei deathster polacchi Dies Irae, traccia che ben si amalgama ai pezzi inediti e che attraversa un classico black metal, passando per sfuriate thrash e death metal, per un risultato sorprendente. Un gradito ritorno per questa creatura, data ormai per dispersa, che, a quanto pare, sta già lavorando sul nuovo full length, che dovrebbe essere edito nel 2021; e se queste son le premesse noi non vediamo l’ora. Accogliamo i Vokodlok a braccia aperte, condividendo con loro momenti di riflessione introspettiva circa pensieri apocalittici e torture dell’anima, celebrando allegramente il nostro amato black metal.