Urluk

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Andiamo a scoprire qualcosa in più sul mondo degli Urluk, duo milanese di recente formazione, che ha attirato le attenzioni degli addetti ai lavori (come si suol dire) con l’uscita dell’ep di debutto “Loss” lo scorso anno e che ha da poco pubblicato l’album di debutto “More”, sempre all’insegna di un doom/black metal grigio e malinconico, sulla scia di Deinonychus e primi Katatonia (per fare un paio di nomi), l’ideale colonna sonora per queste giornate di inizio autunno. La parola passa quindi immediatamente a M. e U., le due menti dietro al progetto.

Com’è nata l’idea di fondare gli Urluk e come avete sviluppato il vostro stile “black/doom melancholic metal”?

M. : Si può dire che l’idea di formare gli Urluk è nata in maniera molto spontanea e, se vogliamo, anche fortuita. Da quando sono uscito dai Black Oath per motivi personali sono passati circa dieci anni, un tempo lunghissimo nel quale non ho mai sentito la necessità di suonare altro in altre band. Poi un giorno, l’illuminazione: e così, forte dell’amicizia che mi lega con U., nel luglio del 2020 abbiamo deciso insieme di dar vita a questa notturna creatura musicale. Era indubbiamente arrivato il momento giusto per rimettermi in gioco. Abbiamo definito il nostro sound come “black doom melancholic metal” in quanto pensiamo che ad oggi questa sorta di definizione sintetizzi in pieno e in maniera personale la nostra proposta musicale.

Parlateci del vostro nuovo album “More”. Quali sono le influenze principali e cosa volete che gli ascoltatori percepiscano da questo lavoro? 

U. : Abbiamo tentato di ampliare lo spettro di suoni e sensazioni in quest’album, per renderlo maggiormente personale per l’ascoltatore. La cosa è venuta abbastanza naturale nel corso della composizione dei brani in questi mesi e si è resa ancora più marcata in fase di registrazione. Personalmente volevo rendere quest’album come uno specchio, o anche un cubo multisfaccettato come lo hanno definito correttamente di recente alcuni, dove ognuno può trovarsi a modo proprio.

M. : E’ difficile dire con esattezza quali sono le nostre influenze musicali principali, dato che sono molteplici e variegate. La nostra commistione tra black e doom metal va a pescare tanto dal tipico sound dei 90’s e sicuramente tutto ciò che riversiamo in fase di scrittura ha reminiscenze artistiche personali difficili da elencare una per una. Per il resto quando compongo non penso a cosa possa provare l’ascoltatore a prodotto terminato, seguo solamente il mio istinto.

Come avete deciso di incorporare le immagini del vostro territorio d’origine nei booklet dei vostri lavori e quale ruolo giocano queste immagini nella vostra musica? 

U. : L’idea di incorporare le immagini del nostro territorio con la nostra musica è sempre stata una nostra prerogativa. Viviamo in questi territori e crediamo che ci abbiano influenzato, nel bene e nel male, nel modo di comporre, scrivere e “vedere” la nostra musica. Il senso di desolazione delle campagne nebbiose in autunno e in inverno, gli edifici abbandonati e disabitati da tempo, hanno decisamente contribuito a personalizzare il nostro sound.

M. : L’aspetto visivo dei nostri lavori è una componente a cui tengo particolarmente. Per quanto mi riguarda nei nostri dischi ci deve essere una forte connessione tra aspetto musicale e rappresentazione visiva ed entrambi si devono abbracciare indissolubilmente. Per questo motivo sia la foto di copertina che quelle presenti nel booklet sono state scattate da noi stessi. L’ascoltatore più attento e sensibile saprà ritrovarsi in questo connubio.

Potete spiegarci il concetto lirico di “More” e come si lega ai titoli delle vostre canzoni? 

U. : “More” a livello lirico è la naturale prosecuzione di “Loss”. In questo mesi, mentre sviluppavo il concept lirico, ho ragionato su cosa fosse consequenziale alla perdita, qualcosa che rimane, in maniera cronica e irrimediabile, e ho pensato ovviamente alla malinconia. Ho voluto dare un duplice significato al titolo: cosa c’e di “più” (“More”) forte del sentimento della perdita e dopo la perdita? Rimane solo la malinconia (Melancholy Only REmains). 

Com’ è stata l’esperienza di collaborare con altri musicisti per questo album e come hanno contribuito alla vostra musica? 

M. : Premetto che i musicisti coinvolti, prima di essere molto validi dal punto di vista artistico, sono nostri grandi amici nella vita privata; è dunque facile immaginarsi che la loro collaborazione è avvenuta in maniera spontanea e significativa. Siamo entrambi soddisfatti del loro apporto sul nostro disco e di come hanno contribuito alla realizzazione dello stesso; dunque un pezzettino di “More” è anche loro.

Cosa vi ispira a creare musica così oscura e malinconica? Quali sono le emozioni o le esperienze che volete trasmettere ai vostri ascoltatori? 

U. : Personalmente la mia intenzione è di creare attraverso la nostra musica un luogo dove l’ascoltatore possa esorcizzare le proprie angosce, tristezze e ansie o viceversa perdersi.

M. : La nostra musica è un mezzo efficace per vomitare ciò che ho dentro. Il fatto che sia “oscura e malinconica”, come tu l’hai giustamente definita, è una reazione a quello che provo e che sento costantemente nel quotidiano. Più là fuori assisto con disprezzo a un mondo bugiardo e sintetico, composto da colori artefatti, più sento l’esigenza di rifugiarmi nella dimensione che io e U. insieme creiamo.

Come valutate la scena musicale italiana e le etichette presenti, considerando che il vostro primo ep è stato originariamente pubblicato da un’etichetta italiana. 

M. : La scena italiana è un guazzabuglio di realtà diverse: alcune molto validie, alle quali va tutto il mio rispetto e la mia stima, mentre altre invece formate da clown che dovrebbero impiegare il loro tempo in altri modi. Lo stesso identico discorso lo possiamo fare per le label: alcune sono davvero meritevoli poiché gestite e amministrate da persone serie e affidabili, tanto per citarne una la Black Mass Prayer che, seppur molto piccola, si impegna di promuovere il talento delle band italiane con costante passione. Discorso diverso invece per le etichette gestite da cialtroni, parassiti e truffatori; qualcuna ha cercato di attecchire su di noi ma ovviamente senza risultato per loro. Il bello è che riescono ad avere anche un seguito. Incredibile. A questi stronzi auguro tutto il male possibile, ora e sempre.

L’album è stato registrato in uno studio professionale si differenzia parecchio dal vostro debut EP, volevo approfondire questa esperienza e sapere che strumentazione avete utilizzato per ottenere questo nuovo sound. 

U. : Personalmente non ho voluto abbandonare la mia Gibson SG con il Fender Deluxe 112. Abbiamo dato spazio notevolmente anche al basso in questo album, e in questo caso ho usato un Hofner Violin Bass. Su suggerimento del nostro producer ho usato in alcune parti anche una Fender Jazzmaster che soprattutto nel quinto brano ha contribuito a creare un suono del tutto unico. 

M. : Ai lettori può interessare che ho utilizzato delle formidabili bacchette AH5A? Ironia a parte, i Toxic Basement Studio sono una garanzia e credo che il nostro nuovo disco parli chiaro in tal senso.

Quali sono i vostri piani futuri? Avete in mente un seguito di “More”? Ci sarà mai la possibilità di vedere gli Urluk dal vivo? 

U. :Forse più che a un seguito in questo momento stiamo pensando a una nuova direzione. Stiamo iniziando a maturare le prime idee ma non sappiamo ancora con certezza come e quando si concretizzeranno.

M. : Al momento non ci sono piani per delle eventuali esibizioni live. Siamo un duo e vogliamo continuare ad esserlo. Per il resto, oltre alla certezza di morire, il prossimo lavoro sarà comunque Urluk al 100%: questo significa che la parte emotiva, emozionale e malinconica sarà sempre presente come elemento cardine del progetto, magari sotto una prospettiva rivista e rimaneggiata. Questo significa ad esempio che in un futuro potremmo dare molto più spazio alle voci pulite e renderle vere protagoniste del nostro suono. Valuteremo in fase di composizione prendendoci i nostri tempi con tutta la calma necessaria.

Grazie per il vostro tempo e la vostra musica. A voi le ultime parole per chiudere l’intervista.  

M. e U. : Grazie a voi per lo spazio che ci avete gentilmente concesso. Mettete su il nostro disco in una giornata uggiosa e lasciatevi andare.