Heimland – Der Torv Moeter Hav

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Ci sono dischi che non cercano di reinventare quella che un tempo si chiamava la fiamma nera ma semplicemente di mantenerla viva. “Der Torv Moeter Hav”, nuova fatica degli Heimland, appartiene a questa categoria: un album che pesca a piene mani dal black metal classico norvegese, rivestendolo di un’aura melodica, quasi rurale, capace di evocare un mondo antico avvolto da brume attorno a boschi innevati sotto una mistica luna. Fin dalle prime note si percepisce che l’obiettivo della band è quello di costruire un suono che coniughi brutalità e atmosfera, facendo propri tutti i luoghi comuni del genere. Le chitarre si muovono sui classici tremolo, spesso uniti a doppio filo, su cui si intrecciano melodie ariose e riff più granitici; la sezione ritmica alterna momenti di furia serrata a passaggi più controllati mentre la voce, un tipico scream che non disdegna parti gutturali, a tratti quasi declamatorie, diventa un elemento narrativo imprescindibile nell’economia dell’album. A due anni dal discreto “Forfedrenes Taarer” i norvegesi non hanno intenzione di mescolare troppo le carte e producono un disco tradizionale, forse meno d’impatto rispetto al precedente lavoro, ma comunque in grado di girare per qualche tempo nel lettore degli appassionati di questo genere di sonorità.

Fin dall’opener la band fa capire che vuole una resa immediata, con i blast beats che si intrecciano a un tema melodico malinconico che definisce l’atmosfera dell’intero lavoro. E se con “De Tusen Alters Endelikt” si accentua il lato più feroce, ma anche più epico, della loro musica, con “Aa Sverge Ved Kniven” si ritorna verso un black più rituale, dagli accenni quasi folk, mentre “Nordhordland” ci offre una parentesi più atmosferica e solenne. Ed è proprio nella parte centrale dell’album che abbiamo i momenti migliori, con chitarre che aprono paesaggi sonori ampi e linee melodiche che restano impresse, tra grandi velocità e una violenza sempre controllata, sulla scia di primi Satyricon, Ulver e Windir, mentre la conclusiva “Mann Maner Maane” abbassa i toni, giocando su un’atmosfera notturna, quasi sussurrata, con il black metal che diventa contemplazione. Un finale che lascia l’ascoltatore quasi in sospensione come dopo un antico rito sciamanico consumato all’alba, anche a causa della brevissima durata del disco, poco meno di mezz’ora.

Dal punto di vista stilistico gli Heimland non si discostano dai canoni di un black metal dal gusto fondamentalmente melodico, condendolo con l’immaginario di un mondo pre cristiano, legato ad una terrena mitologia contadina, fatta di superstizioni e riti magici tra campi gelati. Menzione a margine per l’approccio produttivo, molto buono per un lavoro underground, con un suono asciutto e ben bilanciato: niente diavolerie moderne ma nemmeno l’impasto confuso dei lavori più raw, con le chitarre corpose e nitide, la batteria potente e il basso presente quel che basta per dare spessore al muro sonoro. In definitiva “Der Torv Moeter Hav” non è un disco perfetto ma è un degno tassello nella discografia di una band onesta che, per tornare all’immagine iniziale, non accende un fuoco nuovo ma ne custodisce uno antico, quello che arde nei villaggi dimenticati del Nord, dove le fiamme tremano tra il gelo e il silenzio.