In principio furono i Mysticum, che con quella misconosciuta gemma sperimentale che risponde al nome di “In The Streams Of Inferno” diedero il via alle danze funeste. Poi vennero i Thorns, i Blacklodge, i nostrami Aborym, i Diabolicum e molti altri (non cito gli MZ412 perché loro hanno sempre giocato in un campionato a parte), a definire le coordinate di uno stile, l’industrial black metal che, pur con diverse sfumature, è sempre stato un po’ per i cazzi suoi nel mare magnum delle millemila ramificazioni e contaminazioni del metallo nero. Drum machine sparata a mille o programmata su tempi marziali ed ossessivi, beats elettronici variamente assortiti, intrusioni rumoristiche più o meno disturbanti, campionamenti di “cose” rubate chissà dove, tastiere algide e apocalittiche, screaming spesso e volentieri filtratissimo e naturalmente chitarre pesanti o glaciali a seconda dei casi. Il tutto per descrivere in musica l’alienazione di un mondo spaventoso e dominato dalle macchine (o dall’intelligenza artificiale, per essere più al passo con i tempi), dove l’umanità è del tutto assente o ridotta ad una patetica controfigura di sé stessa. Tutti elementi che troviamo in bella mostra in questo “Accelerated Death Impulse”, fuori per la sempre attiva World Terror Committee, primo parto della creatura AntiHuman Industries, super band finlandese nelle cui fila militano prolifici veterani della scena come Corvus, Spellgoth, Syphon e Vnom (immagino che moniker come True Black Dawn, Korgonthurus, Chamber Of Unlight e Trollheims Grott vi dicano qualcosa).

I nostri quattro amici ci consegnano un album che è quasi un bignami perfettamente confezionato del sottogenere in questione, costellato di pezzi esemplari come l’opener “Loop Of Cosmic Horror” e “Renounce – Resist – Revolt”, dove la componente industrial è decisamente fredda, meccanica e tagliente come lama di rasoio, ma il nucleo pulsante rimane pur sempre il black metal, di quello oscuro e malevolo, a suo modo classico nell’impostazione di fondo. E questo essere al tempo stesso postmoderno e retrò è forse la caratteristica più intrigante del disco, che potrebbe renderlo ugualmente apprezzabile sia da parte dei puristi delle sonorità più convenzionali sia da parte degli ascoltatori “dalla mente più aperta” (almeno una volta si diceva così, no?). Ovviamente non c’è nessuna concessione a nulla che assomigli neanche lontanamente a una melodia ed anzi l’atmosfera è in larga misura soffocante come quella che si potrebbe respirare in una fabbrica dismessa e maleodorante di rifiuti tossici, specie laddove le stratificazioni elettroniche si fanno più spesse e insistite.

Ma è proprio l’elettronica a garantire i pochi momenti di più ampio respiro che l’album concede, sfociando in sentieri vagamente più accessibili che portano dritti ai deliri cibernetici di gente come Fear Factory e The Kovenant, e perfino alla deliziosa decadenza mainstream dei Nine Inch Nails (se vogliamo), come avviene ad esempio nella pur sempre violentissima title track, nella più cadenzata e opprimente “Eerie Curiosity” o nella più “danzereccia” e autocelebrativa “A.H.I. (Syndicate Dolls)”. Che dire in conclusione? Era da tempo che non mi capitava di imbattermi in un disco di industrial black metal così ben concepito e ottimamente suonato, grazie anche ad una produzione che bilancia nel migliore dei modi l’elemento più tradizionale e quello più futuristico, senza eccessi che potrebbero far storcere qualche naso. Per gli amanti del genere potrebbe addirittura essere una delle uscite dell’anno. “Emotional response classified as error. The machine learns. The flesh decays”.









