Eh, lo so che a molti di voi verrà l’orticaria al solo pensiero ma esiste anche il black metal “romantico”. In principio fu Këkth Aräkh. Prima di lui qualcuno si era azzardato a parlare d’amore: ricordo “Blood Is Thicker Than Water” degli Impaled Nazarene, contenuta in quel capolavoro che risponde al nome di “Suomi Finland Perkele”, a tutti gli effetti una canzone d’amore in un album per il resto incentrato su temi assai più famigliari come guerra, distruzione, morte, alcol, droga e satana; ricordo “Her Ghost Haunts These Walls” dei Nocturnal Depression, punta di diamante di quel perfetto bignami del depressive che é “Reflections Of A Sad Soul”, che a colpi di arpeggio tratteggia il disperato desiderio di raggiungere l’amata passata a miglior vita. Ecco il depressive con le sue pulsioni suicide è stata forse l’incubatrice lirica che ha permesso lo sdoganamento di certe tematiche che negli anni novanta sarebbero state considerate semplicemente eretiche (ma valeva anche per l’uso delle tastiere e sappiamo tutti com’è andata finire). Però è indubbio che il merito o la colpa è da attribuire al baldo Crying Orc, il primo a introdurre esplicitamente in un contesto raw black testi e concept legati a sentimenti amorosi e alla fragilità che li contraddistingue e a dare inizio a un sottogenere non solo focalizzato in maniera sistematica su determinate liriche ma anche caratterizzato da un certo tipo di immaginario visivo che accosta il classico face painting a un bel mazzolino di fiori anziché alle più canoniche mazze chiodate: e l’ha capito bene Draugveil che, per il solo fatto di comparire in armatura e mollemente sdraiato su un tappeto di rose palesemente disegnate con l’intelligenza artificiale sulla copertina del suo “Cruel World Of Dreams And Fear”, ha scatenato un putiferio social ottenendone in cambio una valanga di visualizzazioni. Insomma, per alcuni è un’aberrazione bella e buona, come l’unblack metal, per altri è un’evoluzione accettabile: ma che piaccia o no il black metal romantico esiste e ad ingrossare le fila arriva adesso Azaghast, one man band finlandese dietro la quale si cela il polistrumentista e mastermind Lord Huu, qui al suo esordio sulla lunga distanza con questo “Ghost Touch”.

Un esordio che esce sotto l’egida della Naturmacht Productions, etichetta che ha da sempre dimostrato di avere un debole per le sonorità atmosferiche. E qui ce n’è in abbondanza: si privilegiano infatti paesaggi sonori tristi e cupi anche se il disco resta pur sempre legato a doppio filo a un’impostazione raw assolutamente tradizionale e perfino monolitica. Una struggente e oscura malinconia si unisce ad una profonda rabbia esistenziale, e il tutto fa da sfondo a liriche che pescano a piene mani da suggestioni letterarie provenienti da scrittori del XIX secolo, in particolare Nathaniel Hawthorne, celebre autore de “La Lettera Scarlatta”. Le esplosioni di violenza sono efficacemente intervallate da squarci ambientali che sfiorano i territori del dungeon synth e non mancano ovviamente le parti di pianoforte che da sempre sono un must del genere: in questo caso, a quanto si legge nelle note che accompagnano il promo, si tratta di un pianoforte del XIX secolo, tanto per ribadire il concetto. Personalmente ho apprezzato la sincerità emotiva del lavoro, che assume i tratti di una sorta di confessione intima di un’anima solitaria e lacerata. È indubbio però (ascoltare per credere) che in alcuni momenti l’abuso di quelli che sono già diventati i luoghi comuni del genere renda l’opera carente di un autentico tocco personale, musicalmente parlando. In altri frangenti invece il connubio tra musica e sentimenti risulta davvero coinvolgente e cito ad esempio “I, Dark Romanticist”, “Death Will Always Remember” e “Afternoon Song”, a mio avviso gli episodi più riusciti di un lavoro interessante ma ancora non sufficientemente maturo per imporsi in maniera definitiva in una scena di nicchia che, come sempre accade, si sta inflazionando molto rapidamente.

Il mio consiglio è di ascoltare questo “Ghost Touch” senza pregiudizi: ognuno potrà trarre le conclusioni del caso. Per essere equo, come un buon scribacchino dovrebbe essere, ricordo a tutti quelli di mente aperta che il black metal è guerra (come recita il nome della nostra simpatica pagina virtuale) e ai puristi che nulla come la contaminazione, nel più ampio senso del termine (e quindi anche a livello concettuale), ha garantito al black metal decenni di sopravvivenza in buona salute, e l’ha reso il genere più vario e con il maggior numero di sfumature al suo interno.









