Windswept è un progetto ucraino, più precisamente di Kharkiv, nato nel 2017 dalla mente di Roman Saenko, figura cardine e perfino leggendaria della scena estrema esteuropea, già noto per essere il motore di band di culto come Drudkh, Hate Forest, Dark Ages e Blood Of Kingu. Mentre i Drudkh sono noti per le loro atmosfere dilatate e decadenti/romantiche e gli Hate Forest per un approccio bellicoso e implacabile, i Windswept si collocano nell’ideale via di mezzo. Se nei precedenti full il focus era sulla natura e sui paesaggi rurali in “A Sign Of The Cloven Hoof”, quarto tassello sulla lunga distanza in uscita per la finlandese Primitive Reaction, ci si distacca da queste tematiche per addentrarsi nell’immaginario dell’oscuro folklore ucraino. Le liriche infatti attingono dalle credenze popolari sulle presenze diaboliche e dalle superstizioni contadine, anche se un’influenza chiave è da ricercarsi negli scritti di Nikolaj Gogol’ dove l’elemento demoniaco si fonde con il quotidiano contesto della campagna ucraina. L’album si sviluppa in cinque tracce per una durata complessiva abbastanza contenuta, mantenendo la classica impronta priva di orpelli di Saenko e un piglio che va dritto al punto.

Nonostante questo per la prima volta nella discografia della band due brani, più precisamente l’ottima opener “Behind The Mask Of Piety” e “Thieves Of The Stars” si attestano attorno ai dieci minuti di durata permettendo al nostro amico di rallentare il ritmo e dare maggiore varietà rispetto ai soliti assalti in blast beats, che certo non mancano (e menomale aggiungerei!). Rallentamenti opprimenti vengono costruiti attorno alle accelerazioni, grazie soprattutto a ipnotici giri di basso ed aperture atmosferiche che sottolineano il senso di afflizione emozionale. Anche nei momenti più dilatati il disco evita arrangiamenti sinfonici o tastiere; la tensione è unicamente e magistralmente guidata dal classico tremolo picking e da un drumming essenziale. Da menzionare anche “Buried Face Down”, brano scelto come singolo, che con la sua linea melodica essenziale e gelida si ricollega direttamente ai temi del folklore agreste ucraino: in antichità nell’Europa Orientale la sepoltura a faccia in giù era una pratica riservata a coloro che si riteneva fossero legati al demoniaco. Il cantato del disco si integra perfettamente nel muro di chitarre come un’invocazione priva di teatralità ma cruda ed essenziale. In definitiva “A Sign Of The Cloven Hoof” non cerca di ingraziarsi l’ascoltatore né di ridefinire i confini del genere ma è l’ennesima conferma che la mano di Roman Saenko resta una garanzia di buona qualità. Assolutamente consigliato ai puristi del suono classico!









