Complice lo show impeccabile in quel di Scarborough durante il Fortress Festival del 2026, mi fiondo al banchetto del merch per recuperare il suddetto “Pelgrimsoord”, ultimo full length all’attivo per questo progetto olandese, pur se risalente al 2021. Gli Ossaert sono la one man band del polistrumentista P., in forza come chitarrista anche nei Dödsrit e nei ben più conosciuti Doodswens. Negli Ossaert il nostro si avvale del supporto dietro le pelli di W. Damiaen; attualmente la band è sotto contratto con Argento Records ed ha all’attivo due full e il successivo ep “Offerdier”. Il monicker si ispira ad una creatura del folklore della zone delle Fiandre: un gatto nero che si incatena alla schiena di chiunque osi aggirarsi di notte intorno alla zona delle Chiese. Il disco, che si sviluppa in quattro lunghe tracce per circa quaranta minuti di durata, recupera il black metal viscerale e claustrofobico del precedente “Bedehuis” e lo integra con ferocia e soluzioni espressive quasi teatrali.

Il lavoro sulle chitarre si poggia su una combinazione fra strutture ipnotiche ripetute di derivazione prettamente anni novanta (per fare un paragone potremmo citare certe soluzioni di Judas Iscariot) e dissonanze. I quattro brani non seguono una progressione lineare con la classica alternanza fra strofe e ritornelli ma si sviluppano su strutture circolari ossessive; il tutto condito da stratificazioni in tremolo picking ed aperture epiche. Il vero punto di forza è la performance vocale (più che confermata anche in sede live): screaming abrasivo legato alla tradizione del genere unito a growls di supporto qua e là e, specialmente, a sezioni in voce pulita solenni e declamatorie (se volessi trovare un accostamento che possa dare una similitudine citerei ICS Vortex). Questa alternanza crea una dinamica che dona alle canzoni un piglio, come accennato in precedenza, quasi teatrale. La batteria mette in mostra continui cambi di tempo ed alterna assalti in blast beats a mid tempos con notevoli variazioni sui piatti. Da segnalare anche le partiture di basso, che non si limitano a doppiare le chitarre e conferiscono al sound una globale rotondità. La produzione dal canto suo recupera il classico low-fi sound riempiendolo per definire e rendere ben nitidi all’orecchio tutti gli strumenti.

Caratteristiche che ritroviamo in tutte le canzoni, a partire dalla title track, introdotta da cori e un organo inquietante e caratterizzata da un riffing epico che assalta l’ascoltatore. Passando per l’approccio decisamente raw di “De Val En De Beroering”, che poi evolve verso un mid tempo ipnotico dominato dalle linee vocali pulite, e per i tempi più ragionati di “De Nacht En De Verdwijning”. Fino alla conclusione affidata a “De Dag En De Verschijning”, che apre con un’ottima linea di basso e chiude con una parte recitata. Questo album non inventa nulla ma eccelle nell’esecuzione tecnica e mette in mostra una personalità fuori dal comune: un disco nero come la pece dove spicca senza ombra di dubbio la performance vocale. Ascolto più che consigliato.









