Malakhim – And in Our Hearts The Devil Sings

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Quando i Malakhim hanno intitolato il loro secondo full length (che vede la luce a quattro anni di distanza del debutto “Theion”) “And In Our Hearts The Devil Sings”, non intendevano certo essere “romantici” ma indicare un postulato che sta alla base del disco e della loro filosofia: il diavolo non è un’entità esterna, il male è dentro di noi e dimora proprio nei nostri cuori. E non è un caso che l’album parta appunto con la title track e il suo rapido crescendo che sfocia nella primordiale ferocia di blast beats e tremolo picking, con le chitarre che tagliano l’aria come lame affilate e la voce che pare il rantolo di un demone reduce da una tracheotomia: una vera e propria dichiarazione d’intenti, che sembra voler ricordare all’ascoltatore i peccati commessi, lasciandolo dubbioso sul chiedere perdono o accettare invece il giusto castigo della dannazione eterna. Questo secondo capitolo dell’ensemble svedese pesca a piene mani dalla tradizione del black metal scandinavo ma non si limita a riproporre pedissequamente quelle sonorità gelide. Pur essendo naturale ricollegare le strutture compositive a schemi tradizionali e già sentiti, specialmente nell’ambito della così detta seconda ondata, bisogna riconoscere alla band l’abilità di rievocare quelle atmosfere con una certa arcana maestosità, edificando pietra dopo pietra un tempio maledetto.

“Solar Crucifixion” è probabilmente il miglior brano del lotto, arriva con furia e brucia velocemente: eppure nasconde una melodia tanto fredda quanto ossessiva, capace di imprimersi nella mente con la forza del battito cardiaco che segue un terribile incubo.

Interessante come la produzione si faccia liscia e sottile, enfatizzando il piglio melodico delle composizioni e levigando ogni singola nota, pur mantenendo intatta la crudeltà del suono in un attento e continuo bilanciamento, si potrebbe dire, tra sacro e blasfemo. “A New Temple” e “Into Darkness We Depart” si susseguono come invocazioni maligne e oscure mentre la conclusiva “The Firmament Submits” spicca per l’equilibrio tra melodia e aggressione: i riff, pur pagando costantemente tributo alla scuola classica, a tratti si fanno più stratificati mentre i fill di batteria riescono a mantenersi interessanti, tra velocità inumane e mid tempos marziali, restando al servizio delle composizioni senza mai diventarne il fulcro principale.

La tematica lirica è ispirata allo Yetzer Hara, ovvero nella tradizione ebraica l’inclinazione innata dell’uomo verso il male, e rappresenta il filo rosso che attraversa l’intero lavoro, pur non costituendo un vero e proprio concept: si tratta, come accennato in apertura, di guardarsi dentro e riconoscere la bestia, quella parte selvaggia e primitiva che sfida l’ordine e il controllo. Il risultato finale è asfissiante e opprimente ma appagante anche per le orecchie più esigenti: non siamo di sicuro di fronte a un disco che si ascolta distrattamente o per diletto ma se siete pronti ad affrontare il diavolo che canta nei vostri cuori allora potete accettare la sfida.

REVIEW OVERVIEW
Voto
73 %
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malakhim-and-in-our-hearts-the-devil-singsTRACKLIST <br> 1. And In Our Hearts The Devil Sings; 2. Solar Crucifixion; 3. A New Temple; 4. Into Darkness We Depart; 5. Angel Of The Bottomless Pit; 6. Hearts Ablaze; 7. The Firmament Submits <br> DURATA: 44 min. <br> ETICHETTA: Iron Bonehead Productions <br> ANNO: 2025