Quei ragazzacci brutti della Iron Bonehead Productions sono da sempre abili nello scoprire in giro per il mondo nuove realtà underground di valore o quanto meno interessanti. Questa volta è il turno degli australiani Olde Outlier, band capitanata dal chitarrista Beau Dyer che nasce in sostanza dalle ceneri di due realtà locali, ovvero Innsmouth e Grenade, qui al suo debutto direttamente sulla lunga distanza. Di solito quando si parla di metal estremo proveniente dalla terra dei canguri il pensiero corre immediatamente alle sonorità bestiali e selvagge di gruppi come Abominator, Sadistik Execution, Bestial Warlust, Vomitor e compagnia. Niente di più lontano da quanto propongono i nostri amici, che in questi quattro brani di lunga durata, tra gli otto e gli undici minuti circa ciascuno, recuperano un suono blackened death metal decisamente più lento e soffocante, caratterizzato da atmosfere cimiteriali e da una sulfurea patina heavy/doom che in molte occasioni viene in primo piano e si prende il centro della scena senza troppi complimenti. Prediligendo i ritmi compassati e mettendo da parte ogni inutile tecnicismo l’ensemble australiano riesce a far emergere in maniera del tutto naturale questo retaggio classico, che finisce per marchiare a fuoco il guitar work e per rappresentare in fin dei conti probabilmente l’elemento di maggior interesse della release. Le trame chitarristiche sono lineari e ossessive, la sezione ritmica detta senza fretta i cambi di tempo e il cantato si atteggia a una sorta di growling macabro e strozzato che somiglia molto a un rantolo maligno e inquietante.

Completa il quadro una produzione veramente azzeccata, dalla resa molto death metal primi anni novanta, cavernosa e riverberata quanto basta, sporca il giusto ma senza scivolare nel ronzio digrignante che aveva senso venticinque anni fa ma che oggi alcune (forse troppe) band adottano per mero spirito revivalistico nell’intento di apparire incredibilmente grezze e inaccessibili, con risultati quanto mai imbarazzanti: qui invece si distingue il lavoro dei vari strumenti e anche il basso, solitamente negletto, riesce a conquistarsi il suo discreto spazio. Con questi pochi ingredienti, dosati con mestiere, gli Olde Outlier imbastiscono il loro sinistro e mefitico banchetto strizzando l’occhio a gente come Samael, Ophtalamia e perfino primissimi Tiamat e dimostrando per l’ennesima volta che non è necessario suonare alla velocità della luce per fare black metal o qualcosa di molto simile.

Certo le canzoni sono fondamentalmente costruite tutte allo stesso modo e finiscono quasi inevitabilmente per somigliarsi molto l’una con l’altra; manca inoltre quel riff memorabile e magari leggermente ruffiano in grado di entrare immediatamente nella testa dell’ascoltatore per non uscirne più. Questi se vogliamo potrebbero essere i limiti di un disco nel complesso piuttosto riuscito, che riporta agli anni in cui black e death metal non erano ancora stati così rigidamente separati dagli amanti delle etichette e potrà piacere sia agli amanti del black metal primissima maniera sia ai metallers più legati a un certo gusto melodico di stampo ottantiano. L’ascolto è quindi consigliato.









