I Firmament di cui ci occupiamo, da non confondere con almeno altre quattro o cinque band che portano lo stesso nome, sono in realtà un solo project tedesco dietro al quale si cela il mastermind e factotum J.K. Questo “Reveries Of A Forgotten Spirit” è la terza fatica sulla lunga distanza e già il titolo e la copertina dovrebbero mettere sull’avviso rispetto al contenuto musicale, che si sostanzia in un black metal fortemente atmosferico e ampiamente contaminato da massicce dosi di ambient e dungeon synth, nella sua accezione più “cosmica” e “mistica”, sulla scia di realtà come Lustre, Mare Cognitum, Spectral Lore, Midnight Odyssey, Vinterriket e simili. Anche se in effetti il primo nome che viene in mente all’ascolto è quello dei Summoning, e non potrebbe essere altrimenti considerato che il duo austriaco è stato una delle prime realtà in assoluto a proporre un approccio di questo tipo, anche se declinato in chiave epica ed incentrato sull’universo tolkeniano. È quasi ovvio dire che le tastiere giocano un ruolo fondamentale nell’economia del disco dipingendo paesaggi sonori impalpabili, sui quali aleggia un’atmosfera a volte tesa e oscura a volte più calma e sognante, e fungendo da collante musicale in pezzi che spesso e volentieri sono caratterizzati da una struttura non tipica e da un incedere pressoché narrativo, costruiti come sono sulla successione o sull’alternanza di parti che diversamente potrebbero perfino risultare slegate tra loro. Ci sono chitarre ossessive, scariche di blast beats e il tradizionale cantato in screaming, piuttosto strascicato a dir la verità, ma non si può certamente affermare che i Firmament facciano dell’aggressività la loro arma principale, tutt’altro.

I ritmi infatti sono nella maggior parte dei casi lenti e cadenzati perché l’obiettivo della band, centrato anche attraverso lunghi passaggi strumentali, è trasportare l’ascoltatore in un universo parallelo dominato da foreste incantate, vecchie colline, laghi e montagne, sui quali regna incontrastata la notte, dominata dalla luna piena (e basta leggere i titoli delle canzoni per farsi un’idea). Un universo immoto, nel quale calarsi come in uno stato di ipnosi, favorito anche da una produzione non troppo profonda e moderatamente sporca, che per fortuna non penalizza eccessivamente il basso. Particolare e a mio parere azzeccato è l’uso delle clean vocals, in molti casi sussurrate come una cantilena dal sapore quasi rituale, che a tratti si prendono tutta la scena, come avviene ad esempio nella conclusiva “The Seven Sisters Of Dreamtime”, episodio dallo spiccato retrogusto dark che suggella un album di certo non trascendentale ma con i suoi buoni momenti. In definitiva un disco estremamente “classico” secondo i consueti standard della Naturmacht Productions, etichetta finlandese da sempre specializzata in questo tipo di sonorità eteree e incorporee, che potrà incontrare l’interesse di chi segue il black metal atmosferico in ogni sua manifestazione.









