Secondo full length in quasi trent’anni di attività per Shamad, mente inquieta, anima turbolenta e figura decisamente poco raccomandabile che dal 1997 guida i polacchi Harridan — termine che significa “megera” o “donna dalla dubbia moralità” — con il preciso intento di dare sfogo a una profonda devozione per la morte e il caos. I lunghi anni di silenzio intercorsi tra il demo del 2007, Return God of the Dark, e questo nuovo Hul sono stati segnati da vicissitudini personali, isolamento e detenzione, fattori che hanno determinato una brusca interruzione del progetto. Riemersi dalla cripta in cui sono rimasti rinchiusi per anni, sia fisicamente che mentalmente, Shamad e i suoi Harridan fanno ritorno con immutata avversione per le mode del momento e senza rincorrere la notorietà. Già l’ascolto del precedente Magus Mortis, primo full length post-scarcerazione, rendeva chiara l’attitudine intransigente di Shamad. A livello concettuale, l’intero album trattava di mitologia mesopotamica, focalizzandosi sugli Utukku Lemnu, gli spiriti malvagi, e sugli incantesimi accadici usati per contrastarli. Gli Accadi erano esorcisti e medici guaritori che consideravano la magia un mezzo istituito dagli dèi per proteggere l’umanità da malattie, demoni e stregoneria. Con questo nuovo capitolo la band continua a scavare solchi profondi nel terreno già arato dalle composizioni passate, quello del black metal più tradizionale.

Del resto la Polonia non è solo Mgła (con i loro tratti ben riconoscibili) o Arkona (con le loro soluzioni sopraffine): c’è spazio anche per gli Harridan che, in totale continuità con il proprio passato, propongono un raw black metal dalle tinte volutamente belligeranti. Musicalmente Shamad non cerca di aggiungere varietà a questa proposta rischiando di snaturarne l’identità ma preferisce concentrarsi sulla densità del concept. Le otto tracce di Hul sono collegate dallo stesso filo conduttore: un coro rituale in stile sciamanico, quasi un lamento, che ribadisce l’unicità dell’opera e immerge l’ascoltatore in un rito catartico. In questa release non c’è spazio per eleganza o ricercatezza, ma solo per rabbia viscerale, blast beat continui e martellanti interrotti di rado da timidi stacchi, chitarre affilate e un sadismo a tratti tangibile nello scandire le parole. L’attacco dell’opener Enenene Mashkim Hul è il manifesto perfetto di ciò che attende l’incauto ascoltatore: sette minuti di guerra totale capaci di far impallidire i nomi più blasonati del panorama war black metal.

Dopo un intermezzo di cori evocativi, arriva Namtar Du Kiagga Dingir Enlilla con il suo arpeggio iniziale, preludio di un attacco imminente che dopo pochi secondi irrompe a colpi di blast beat. L’album sembra dividersi in due anime: una prima parte grezza e senza compromessi e una seconda, pur sempre grezza, ma con rari spiragli melodici. Ushu Ush Imi Hul Gimma segna l’inizio di questi compromessi, aprendosi con un’intro di slayeriana memoria per poi concedersi persino il lusso di qualche melodia. La title track finale è l’ennesima conferma di questa formula: un brano che non dà tregua, non lascia respirare e trascina l’ascoltatore in un vortice di violenza sonora senza via di fuga. Più che un album un oscuro rituale che collega idealmente la Polonia con l’antica Mesopotamia e si impone a tutti gli effetti come un ottimo esempio di black metal underground viscerale, marcio e autentico.









