Vi ricordate quello che diceva il venerabile Jorge da Burgos ne “Il Nome Della Rosa” di Umberto Eco? Diceva: “Quando i roghi saranno accesi questa notte, che quelle fiamme possano purificare ciascuno di noi nel suo cuore… Ritorniamo a ciò che era, e sempre dovrebbe essere, la missione di questa abbazia: la preservazione del sapere… preservazione ho detto… non ricerca del sapere… perché non c’è progresso nella storia della conoscenza, ma una mera, costante e sublime ricapitolazione!”. Citazione che dimostra quanto sono colto nonostante i miei criticabili gusti musicali, e soprattutto cade a pennello perché anche per quanto riguarda il black metal assistiamo, almeno da vent’anni a questa parte, ad una costante ricapitolazione. Tutto sta nel vedere quanto sia sublime. I Greve sono un duo svedese composto dal chitarrista e tastierista Svartadauþuz, come da copione impegnato in una miriade di altri progetti (tra i quali forse vale la pena di citare Bekëth Nexëmü, Gnipahålan, Trolldom e Daudadagr) oltre che anima della Ancient Records, e il cantante Korgath, che giunge con questo “Bleknat Bortom Evig Tid” all’invidiabile traguardo della terza fatica sulla lunga distanza, tradizionalmente considerata quella della verità. E la verità è che i nostri amici non si discostano di un millimetro dall’impostazione stilistica dei loro precedenti lavori e continuano anche in questo album a guardare al passato attraverso un black metal classico e gelido, dal tocco mistico e dall’afflato sinfonico, nel senso più ampio del termine (quindi non nel senso in cui si definiva così quel black metal che nella seconda metà degli anni novanta si poneva sulla scia principalmente di Dimmu Borgir e compagnia).

Pezzi lunghi e avvolgenti, che dipingono scenari invernali e magici e si reggono su intrecci di chitarra dallo spiccato gusto melodico-malinconico, sottolineati dalla presenza costante ma mai troppo invasiva di tappeti tastieristici dal piglio dungeon synth che fanno da sfondo sognante, notturno e spettrale conferendo al tutto un’atmosfera simil-fantasy che rappresenta in effetti la cifra essenziale dell’album. Quindi la ricapitolazione dei Greve si inserisce in quel filone melodico-sinfonico-atmosferico ultimamente anche abbastanza florido che vede tra i suoi più credibili interpreti gruppi come Vargrav, Stormkeep e Moolight Sorcery, tutte realtà che si rifanno senza troppi problemi agli Odium e in definitiva agli Emperor. Perché tanto alla fine in un modo o nell’altro si torna sempre ad una di quelle band da cui tutto è iniziato e, sia ben chiaro, non c’è niente di male nel revival (in altri generi molti ci campano alla grande), l’importante è che si sia consapevoli di ciò che si ascolta.

I Greve ricapitolano con cognizione di causa e indubbio mestiere, alternando con efficacia momenti più densi ed aggressivi a passaggi più nebbiosi e rarefatti, senza risultare mai eccessivamente ossequiosi verso i loro modelli di riferimento e mantenendo un tiro tutto sommato abbastanza immediato, il che favorisce senz’altro la fruizione di canzoni che in media superano tutte i sei minuti abbodanti di durata. Che dire in conclusione? I Greve non fanno niente ma proprio niente che non sia già stato fatto decine di volte prima di loro e non potranno mai sorprendere chi ascolta questa roba da anni ma in fondo cosa importa? L’importante è farsi un bel viaggio nel bosco, al chiaro di luna, mentre oscure e maligne presenze ci spiano dietro ogni albero…









