I Wrang con “Verwording” fanno una cosa semplicissima: espongono senza pietà quanto sia diventata imbarazzante buona parte della scena black metal attuale, popolata da cloni senz’anima che suonano come tribute band scimmiottando dischi usciti prima ancora che nascessero; gente ossessionata dal “true” e dal “raw”, che passa il tempo a fare gatekeeping e a comporre stupidissimo e inutile rumore che sembra uscito da un walkman Sony del 1988. Ai Wrang queste cose non sembrano interessare particolarmente: il loro nuovo disco, terza fatica sulla lunga distanza, non chiede il permesso a nessuno e manda tutti a quel paese senza neanche alzare troppo la voce. Sono sufficienti i primi minuti per capire che dietro a questo moniker ci sono musicisti in grado di scrivere riff non scopiazzati e/o generati dalla dannata intelligenza artificiale, e già questo basterebbe a far saltare i nervi ai puristi da tastiera convinti di vivere ancora nel 1993. Nell’approccio di questi bizzarri olandesi non c’è nostalgia o voglia di riprodurre pedissequamente il passato: solo un suono che prende il black metal, lo scuote e gli toglie di dosso quella patina di polvere e muffa che ormai puzza più di un corpsepaint in piena estate. “Verwording” prova a costruire qualcosa, un percorso ragionato e strutturato, non canonico nel senso stretto del termine e certamente meno noioso di tutta quella spazzatura che viene quotidianamente spacciata per ortodossia: quaranta minuti scarsi dove le chitarre girano e si aprono, di tanto in tanto affiorano melodie e poi tutto torna a sporcarsi di quella cattiveria che fa molto più male di mille blast sparati a caso.

La voce di Galgenvot, tra l’altro cantante anche nei delicatissimi Sarastus, è ormai un marchio di fabbrica ed è praticamente perfetta perché il nostro amico non rompe i coglioni: non sta lì a fare il protagonista, non urla sterili note con tono monocorde né si produce in acuti fastidiosi; il suo è un rantolo marcio che si incastra nel suono e basta, senza teatrini, senza pose, senza quella recitazione da “villain” da quattro soldi che ormai è diventata la patetica norma. Il risultato di tutto ciò è un disco che ti tiene sulle spine anche se non dovrebbe, perché ogni volta che pensi di aver capito dove sta andando a parare cambia direzione e ti lascia con una sensazione di fastidio addosso, come se qualcosa non tornasse mai del tutto; insomma come se non ci avessi capito un cazzo. Ed è esattamente quella sensazione che dovrebbe suscitare il black metal (e qui di black metal ne abbiamo varie sfaccettature) invece di trasformarsi, come troppo spesso accade, in un clownesco cosplay del passato.

In “Verwording“ ci sono un minimo di rischio e di sana identità, una combinazione che permette a questo lavoro di distinguersi dalla massa informe di uscite inutili che infestano Bandcamp ogni settimana. In definitiva, se siete di quelli che misurano la qualità di un disco in base a quanto suona “come una demo del 1992”, potete anche evitarne l’ascolto e continuare a vivere nel vostro piccolo museo del carnevale fuori tempo massimo. Non saremo noi a obiettare. Però poi non venite a piagnucolare che la scena è morta, in quanto dischi come questo dimostrano l’esatto contrario: siete voi a esservi fossilizzati e a confondere la miserabile stagnazione con la purezza. Avanti un altro.









