Nargaroth – Apocalyptic Steel

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Sembra ieri che il buon Ash, al secolo René Wagner, si faceva chiamare Kanwulf e con il suo progetto Nargaroth pubblicava dischi divenuti ben presto iconici, che noi tutti abbiamo ascoltato da adolescenti affilando i coltelli nell’oscurità delle nostre camerette, come “Herbstleyd” e “Black Metal Ist Krieg” (che, fateci caso, è anche il nome di questa simpatica e interessante webzine). E invece sono passati trent’anni (potete bestemmiare). E ci ritroviamo oggi qui, con più di un capello bianco e piegati dai rimpianti della vita, a parlare dell’ottava fatica sulla lunga distanza di una one man band che, tra alti e qualche basso, ha superato l’implacabile prova del tempo con maggior slancio rispetto a tanti colleghi più blasonati. Il nostro amico ha sempre messo in mostra un duplice approccio: da un lato quello più malinconico e introspettivo, incarnato in divagazioni atmosferiche e melodie ipnotiche e ossessive, dall’altro quello più feroce e aggressivo, che si esprime in momenti caciaroni, ruvidi e dannatamente “in your face”. Due facce della stessa medaglia presenti anche in questo “Apocalyptic Steel”, che tuttavia propende decisamente per il secondo versante, allontanandosi dalle soluzioni rarefatte del precedente “Era Of Threnody” e posizionandosi in sostanza dalle parti di un “Prosatanica Shooting Angels” o di un “Semper Fidelis”. Si tratta dell’album più breve nella nutrita discografia di Nargaroth, il primo ad uscire per un’etichetta “grossa”, e il primo che recupera in maniera più evidente rispetto al passato influenze speed, thrash ed heavy (e con una copertina che sembra essere un chiaro omaggio ai Judas Priest non poteva essere altrimenti) e le mescola con la consueta anima musicale della band, che resta saldamente ancorata al black metal anni novanta e alle radici old school del genere.

Il disco si apre con un trittico di sicuro effetto, che sacrifica la varietà a favore dell’impatto: l’opener “Steel Apocalypse” e le successive “Twisted Steel” e “I Drink Alone” sono brani potenti e cazzuti, dai quali sembra emergere anche un inedito tocco death metal, che si fa strada in momenti viscerali e in assoli al fulmicotone dal gusto quasi sudamericano. “Metalheart” è il cuore pulsante del disco e il brano che più di ogni altro lascia venire a galla quelle influenze “classic metal” di cui si parlava prima, tanto che avrebbe potuto essere scritto dai Motörhead sotto anfetamine, in un tripudio di occhiali da sole, arroganza e headbanging: parte con una voce rubata chissà dove, che ci spiega come il metal stia corrompendo le anime dei nostri bambini, e poi via di tu-pa tu-pa ignorante e riff grezzissimi per quello che è un tipico inno al metal in pieno “Nargaroth style”, sulla scia della mitologica “Possessed By Black Fucking Metal” e della meno conosciuta ma altrettanto coatta “I Still Know”.

In generale l’album è assolutamente, e volutamente, diretto e privo di fronzoli, la produzione è ruvida quanto basta e lo screaming sgraziato e monocorde: qualcuno potrebbe lamentare l’eccessiva insistenza su soluzioni in pratica sempre uguali ed in effetti pezzi come “Shelter The Faithless” e “Man Of Mayhem” sembrano soffrire di una certa prolissità e risultano i meno incisivi del lotto, pur presentando qualche elemento di interesse. Ma credo che il concentrarsi su un determinato tipo di approccio sia una scelta ponderata e in ogni caso una certa diversificazione non manca, e lo dimostrano canzoni come “Dresden” e la conclusiva “Requiem Germania”. La prima recupera il piglio del Nargaroth più meditativo ed è costruita su un semplice giro melodico che separa le strofe in un clean cantilenante: una semplicità cui fa da contraltare un testo amaramente poetico, evidentemente ispirato al terribile bombardamento che rase al suolo Dresda nel corso della seconda guerra mondiale, causando migliaia di morti civili e distruggendo gran parte del patrimonio artistico e storico della città tedesca. La seconda, scelta come primo singolo qualche mese fa, è forse il pezzo più “alla Nargaroth prima maniera” del lotto: riff melodico ripetuto ossessivamente e screaming altrettanto ossessivo, stacco centrale e parte finale mestamente epica, con tanto di coro in clean che sfuma nel finale. Forse non passerà alla storia ma, insieme alla già citata “Metalheart”, costituirà probabilmente il lascito più rilevante di questo album. Anche per il video, dove il buon Ash dismette i panni del blackster incazzato per vestire quelli “civili”, mostrandoci che in fondo è tutta una finzione, e che bastano un fondale nero, due luci, quattro borchie e il corpsepaint per creare l’illusione: sembra fatto di proposito per triggerare i gatekeepers, il che è cosa buona e giusta. Tirando le somme “Apocalyptic Steel” ha evidentemente una sua propria identità e si inserisce in maniera del tutto dignitosa e coerente nella carriera di un artista che a suo tempo ha contribuito a rafforzare alcuni luoghi comuni del genere, giocandoci però sempre in maniera personale e consapevole, spesso con una buona dose di sottile ironia. Insomma, in fin dei conti non è che Ash debba dimostrare qualcosa: più volte caduto in disgrazia presso i puristi, e più volte riabilitato, se n’è sempre fregato ed è andato avanti per la sua strada, e cosa c’è di più black metal di questo?

REVIEW OVERVIEW
Voto
73 %
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nargaroth-apocalyptic-steelTRACKLIST <br> 1. Intro; 2. Steel Apocalypse; 3. Twisted Steel; 4. I Drink Alone; 5. Metalheart; 6. Dresden; 7. Shelter The Faithless; 8. Man Of Mayhem; 9. Requiem Germania <br> DURATA: 39 min. <br> ETICHETTA: Season Of Mist Underground Activists <br> ANNO: 2026