Difficile, complicato e di non facile presa questo “Desolate Echoes Of Turmoil”, terza fatica sulla lunga distanza dei prog-blackmetallers norvegesi Profane Burial, che si presenta con una suggestiva copertina ispirata al test di Rorschach, dipinta da Ella Kunst e pensata per rispecchiare la tensione esistenziale e psicologica presente nella musica. Formatisi nel 2013 inizialmente come four pieces, dopo la pubblicazione di “The Rosewater Park Legend”, primo full del 2018, hanno proseguito come trio, di cui attualmente fanno parte membri di Borknagar,Trollfest e Cadaver. Ciò che la band ci propone è un prog abbastanza sofisticato, elaborato e dinamico come nell’opener “Den Fortaptes Kronike”, che si incontra e si scontra con un black molto “teatrale”, come avviene in “Triumph Of Dreadful Aftermath”, con le sue orchestrazioni solenni e le pause ad effetto, o nella successiva “Channeling Epiphany”, dove (al netto delle pause di cui sopra) emerge l’anima più “nera” dei Profane Burial. Ogni brano poi è un racconto, una narrazione di un’unica storia.

Musicalmente i nostri amici strizzano l’occhio ai Beyond Creation ed agli Opeth (pre conversione al Black Sabbath sound) nelle parti più strutturate e si avvicinano un po’ agli Strapping Young Lad in quelle più tirate e un po’ ai Carach Angren nelle sfuriate più black. Arrangiamenti complessi, strutture mutevoli e tempi inaspettati consentono alla band di avvicinarsi ad un sound moderno ed emotivo senza perdere il suono oscuro e cinematografico che caratterizzava le precedenti uscite targate Profane Burial.

Le qualità tecniche del trio norvegese sono indubbie ed emergono soprattutto nei passaggi più progressivi dell’album che la band stessa descrive come “un labirinto vertiginoso, a tratti elegante e selvaggio, peculiare e predatorio, meravigliosamente celestiale nella sua portata ma anche brutalmente distruttivo e autenticamente folle”. Ma si tratta di un’impostazione molto lontana da quella classicamente black, che si nutre di atmosfere, sentimenti, istinto e non certo di tecnicismi, anche se le note inviateci dall’etichetta discografica che accompagnano l’uscita dell’ album recitano tra l’altro: “in the end, it’s fucking black metal“. In definitiva un album metal con parti estreme decisamente ben suonato, arrangiato ed orchestrato.









