Sardonic Witchery – Moonlight Sacrifice Ritual

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Portoghese, trapiantato a Dallas, in Texas, King Demogorgon, all’anagrafe Ricardo Mota, è il personaggio (attualmente anche nei black/heavy metallers Drunk Mötör Rider e in passato coinvolto in diverse realtà estreme lusitane) che sta dietro al progetto solista Sardonic Witchery, che giunge con questo “Moonlight Sacrifice Ritual” al non trascurabile traguardo della terza fatica sulla lunga distanza nell’arco di soli otto anni, oltre ad un ep e un numero già piuttosto consistente di split, in compagnia, tra gli altri, di gente come Utuk-Xul, Besatt e Silva Nigra. Lo dico subito, senza tanti giri di parole, questo disco è una bomba! Se amate le atmosfere cimiteriali e sulfuree, il sound ruvido e senza fronzoli, l’approccio grezzo tipico del black metal più sanguigno, figlio illegittimo della second wave ma imbastardito con robuste dosi di spazzatura ottantiana, allora qui troverete sicuramente pane per i vostri denti marci e un sorrisone di godimento vi si stamperà in faccia fin dalle note iniziali dell’opener “O Circulo Das Bruxas Perversas”, preceduta dalla title track, breve intro orrorifica che ci immerge immediatamente nel mood di un lavoro che suona spontaneo ed autentico, benché in effetti non vanti tra le sue qualità né l’originalità né soluzioni tecniche o di scrittura particolarmente innovative o sorprendenti.

Anzi, qui tutto suona old style, dalla produzione polverosa ed artigianale (che però non scade mai nella cacofonia incomprensibile), alla costruzione dei brani, decisamente tradizionale (nella maggior parte dei casi: strofa-bridge-chorus): eppure il disco ha un non so che di davvero trascinante, che alle mie orecchie lo ha reso irresistibile; riesce in qualche modo a catturare quella magia ingenua che ti esalta, facendoti scapocciare e inneggiare al maligno come un adolescente invasato con gli ormoni a mille. La già citata “O Circulo Das Bruxas Perversas” è retta da un riffing di matrice finlandese, semplice ma incredibilmente efficace, melodico e sinistro al punto giusto ed accompagnato da una batteria che detta i cambi di tempo con puntualità, pur nell’ambito di una struttura assolutamente prevedibile, mentre la voce di King Demogorgon, una sorta di rantolo in growling che non sale mai di tonalità e si concede qualche sprazzo leggermente più pulito, resta ben inserita nel quadro generale, anche se non varia particolarmente la propria gamma espressiva. Queste sono le caratteristiche che ritroveremo in tutto il platter, che suona molto compatto pur essendo stato registrato in diverse sessioni e in diverse location: semplicità, immediatezza e attitudine, ma anche la capacità di utilizzare con padronanza ingredienti classici per offrire un piatto che è qualcosa di più della solita minestra riscaldata. Senza contare le innumerevoli volte in cui viene pronunciata la parola “Satan” (o affini): più che in un qualunque disco dei Deicide!

Su questa linea si pongono canzoni come “Licantropia”, col suo break centrale thrash oriented veramente trascinante, la darkthroniana “Eterna Penumbra” e la conclusiva, altrettanto gelida e vorticosa “Ancient Spirits”, o anche la più cadenzata “Misantropia”, dove il debito nei confronti di Bathory e Venom si manifesta in maniera ancora più evidente: tutti begli esempi di come, ancora oggi, si possa suonare black metal tradizionale, cattivo e melodico al tempo stesso, sporcato qua e là da reminiscenze heavy, senza strafare ma risultando assolutamente credibili e coinvolgenti nel contesto di un album che riesce ad essere sufficientemente diversificato pur mantenendo un’innegabile coerenza stilistica di fondo. E anche quando il nostro amico decide di staccare leggermente il piede dall’acceleratore, il risultato resta comunque molto soddisfacente, come avviene nella più plumbea ed insinuante “Infernal Kingdom”, che mette da parte per qualche minuto gli up tempos per fare dell’atmosfera diabolica la sua arma migliore.

Cito per ultima “Die For Satan”, l’episodio forse più grezzo e maleducato del lotto: col suo riff black n’ roll di derivazione motörheadiana, il suo bridge così ben incastrato nel corpo del brano, seguito da un assolo sguaiato e dal ritornello che urla “welcome to hell” (Cronos, sei tu?) sul tu-pa tu-pa della batteria, è una canzone praticamente perfetta, anche per una riproposizione in sede live. E ancora una volta la linearità e la naturalezza della composizione risultano elementi vincenti. Che dire in definitiva di questo album? “Moonlight Sacrifice Ritual” è un disco classicissimo sotto ogni aspetto, un concentrato di old school black/thrash metal che rifugge da ogni idea di innovazione ma riesce a prenderti allo stomaco grazie ad un’incredibile genuinità e freschezza compositiva. I Sardonic Witchery non inventano assolutamente nulla ma danno vita ad un gioiellino che con gli anni potrebbe anche diventare un piccolo oggetto di culto. E quindi l’ascolto non può che essere caldamente consigliato.