Se il black metal fosse una cerimonia ancestrale, gli Änterbila ne sarebbero degni officianti. Con “Avart”, a tre anni di distanza dal discreto debutto omonimo del 2022, la band svedese torna a scavare nelle fosche profondità del folklore nordico, accompagnando l’ascoltatore in un viaggio cupo e primordiale attraverso una Svezia rurale, un mondo antico dove gli spiriti dimenticati sono protagonisti. Le storie raccontate suggeriscono un senso di straniamento e deviazione, i testi parlano di uomini maledetti, troll invisibili, fabbri votati al fuoco e lupi che strisciano tra i vicoli dei villaggi: gli Änterbila intrappolano nella narrazione, restituendo il gelo e l’angoscia della leggenda. Musicalmente ci si muove nei territori di un black dalle reminiscenze folk, con riff grezzi, batteria che martella come un cuore impazzito, e melodie tradizionali, inserite con parsimonia, che evocano un’atmosfera rituale, specchio del sabba raffigurato sull’evocativa copertina. Tra echi di Arckanum e Panphage, gli Änterbila riescono in qualche modo a mantenere una loro specificità grazie a un suono aspro, vero e inquietante, che sembra nascere dagli stessi boschi scandinavi.

L’apertura affidata alla strumentale“Låt Till Far” già di per sé traccia le coordinate del disco: violini distorti, ghironda e cori rarefatti, che cedono ben presto il posto a pezzi violenti e carichi di neri presagi come “Ulven” e “Kniven”, dove l’intensa aggressività del black metal incontra melodie spettrali. E se il disco è giocato soprattutto sull’impatto emotivo e viscerale, non mancano momenti più contemplativi, atmosferici e dall’approccio quasi cinematografico, come “Eklundapolskan”, che chiude l’album con un richiamo alla tradizione folk. Niente male anche la produzione, che risulta volutamente grezza e dal piglio quasi live, ad accentuare una sensazione immersiva di presenza e autenticità. “Avart” non è certo un disco perfetto, tutt’altro, ma il suo maggior fascino risiede probabilmente proprio in questa sua spiccata imperfezione, con pezzi che in fin dei conti seguono schemi simili, una certa ripetitività, che sicuramente non farà piacere a chi cerca complessità o stratificazione sonora, e l’affiancamento più che la fusione totale tra folk e black metal, che a volte produce uno stridente contrasto.

Ma si tratta appunto di imperfezioni che non sminuiscono l’effetto complessivo di un disco capace di trasportare l’ascoltatore in una dimensione nebbiosa che galleggia nell’oscurità tra mito e folklore, restituendoci una rivisitazione del black metal nella sua forma sostanzialmente canonica, tuttavia figlia di una precisa visione concettuale e musicale che sembra differenziarsi almeno in parte dal semplice revival nostalgico. Un’esperienza di ascolto che si potrebbe definire totalizzante, che richiede una certa dose di attenzione, anche per calarsi a dovere nell’essenziale componente narrativa superando le asperità di un suono fondamentalmente sporco e underground. Ma un’esperienza che vale sicuramente la pena di provare, specie se siete amanti delle sonorità al tempo stesso feroci e cariche di atmosfera.









