Qliphothic Realm – Entrance

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Che piaccia o meno, ci sono alcune bands che in ambito underground, con una manciata di lavori seminali, hanno definito uno stile ed un approccio, sia dal punto di vista prettamente musicale (registrazione compresa) che per quanto riguarda l’estetica e l’immaginario evocato: nella cerchia di quello che ormai da almeno trent’anni viene chiamato raw black metal, non possiamo non citare (ovviamente, e con buona pace di tutti) i Darkthrone, ma altrettanto importanti per l’impatto che hanno avuto in seguito, sono alcuni dischi dei Black Funeral: lavori come “Empire Of Blood”, “Az-I-Dahak” ed altri infatti hanno dettato la linea di un certo modo di fare black metal, caratterizzato da un sound criptico e ultra artigianale e da testi dal sapore esoterico. Ed è in questo solco che sostanzialmente si va ad inserire questo “Entrance”, opera prima di Qliphothic Realm, che esce in formato cd per l’etichetta kazaka Careless Records. Si tratta di un progetto solista di recente formazione, dietro al quale si cela il mastermind Snor Flade, che abbiamo già conosciuto in occasione della pubblicazione dell’ultimo ep di Feretri “The Priests Of Chaos” e che presenta il suo lavoro con queste parole: “sotto la benedizione del glorioso Re Paimon (a cui è stato consacrato il progetto), il “patto” di Snor Flade per Qliphothic Realm è quello di comporre musica dettata direttamente dalla sua ispirazione o attraverso le esperienze spirituali che via via si manifestano lungo il suo cammino, portando l’esperienza del “bagaglio demoniaco” nella sua musica e nei suoi testi, come una sorta di grimorio”. È dunque evidente l’approccio lirico, che si accompagna ad una proposta musicale assolutamente ruvida e viscerale, nella quale l’improvvisazione, o quanto meno l’immediatezza compositiva, sembra giocare un ruolo non di secondo piano, ed infatti pare che l’album sia stato composto in soli dieci giorni.

Le atmosfere umide e corrosive ci riportano ad un sound tipicamente novantiano e ad un modo di fare musica totalmente votato all’attitudine “do it yourself” nella sua accezione più autarchica, simile a quello dell’attuale scena raw black lusitana. Sapete quindi già esattamente cosa aspettarvi perché i canoni della tradizione vengono in questo caso rispettati in maniera scrupolosa, senza però che il lavoro risulti eccessivamente di maniera. Infatti  il nostro eroe dimostra di saper plasmare con cognizione di causa la materia grezza che sta alla base delle proprie composizioni, e riesce a renderle interessanti alternando il tipico riffing zanzaroso e soffocante, non privo però di linee melodiche dal gusto sinistro, a momenti nei quali è il groove a farla invece da padrone e la batteria si lancia nel sempre efficace tu-pa tu-pa, con l’aggiunta di qualche modestissima intrusione rumoristica qua e là, che si inserisce bene nell’impasto generale, come proprio i citati Black Funeral ci hanno insegnato.

Anche il cantato ha le sue sfumature, che in qualche modo lo contraddistinguono, perché è meno “urlato” del solito e più tendente a tonalità gracchianti, da vera e propria liturgia demoniaca. Altro elemento da sottolineare, a mio avviso, è la produzione: naturalmente il piglio è casereccio ma non si scivola mai nella cacofonia e questo rende giustizia sia a cambi di tempo che costellano i pezzi sia ai mutamenti emotivi degli stessi, lasciando anche trapelare, a tratti, un andamento più sofferente o contemplativo. In definitiva “Entrance” è un disco “di genere” (e questo vuole essere) ma con quel pizzico di personalità necessaria per dire la sua in un panorama sovraffollato. Ascolto consigliato per gli amanti di questo tipo di sonorità.