E anche per i Lord Belial, band storica del panorama black/death metal svedese, è giunto il tempo di una nuova uscita, a tre anni di distanza dal precedente “Rapture” che aveva segnato il loro comeback dopo lo scioglimento nel 2009. Il gruppo dei fratelli Micke e Thomas Backelin è in giro dal 1992 e, pur se meno in vista rispetto ai “pesi massimi” del black metal svedese, ha contribuito a scriverne pagine discretamente importanti, declinandolo a suo modo, ovvero attraverso un riconoscibile mix tra violenza e melodia che fin dai primi dischi ha definito in maniera indelebile il loro stile, a metà strada tra Dissection e Necrophobic per intenderci. E quando esce un nuovo lavoro di una band storica l’aspettativa è sempre duplice: da un lato l’attesa per un gradito ritorno, dall’altro il dubbio che i bei tempi possano essere definitivamente andati. Diciamo subito allora che questo “Unholy Trinity” è un’uscita di tutto rispetto che, se da un lato non stravolgerà la carriera di un’ensemble che probabilmente ha già dato la maggior parte di quello che aveva da dare, dall’altro ci riconsegna una band in buona forma, capace di unire all’esperienza maturata nel corso degli anni un’ispirazione ancora fresca e un’energia quasi “adolescenziale”, come traspare fin dai titoli tanto “malvagi” da riportarci immediatamente alla metà degli anni novanta prima ancora di aver ascoltato una sola nota. E l’approccio caratteristico della band, che da sempre ha unito al proprio sound influenze esterne al black metal propriamente detto, riconducibili in senso lato a certo death metal melodico di scuola svedese, lo ritroviamo intatto in canzoni come l’opener “Ipse Venit”, “The Whore” o la conclusiva “Antichrist”, non a caso scelte come singoli, per la gioia di chi li segue fin dagli esordi.

A dire la verità mi sembra che siamo più dalle parti di un “Angelgrinder” o di un “Revelation” piuttosto che da quelle dei classici “Kiss The Goat” o “Unholy Crusade” perché nel complesso l’impatto feroce è in primo piano rispetto alle atmosfere evocative, anche se comunque sempre unito ad una classe compositiva indiscutibile, specie per quanto riguarda gli intrecci chitarristici e le strutture vagamente, ma nemmeno troppo, debitrici dell’heavy metal più tradizionale. Non mancano tuttavia, e non potrebbe essere altrimenti, i brani costruiti sulla melodia, che è sempre presente sottotraccia ma che in alcuni momenti diventa protagonista assoluta, come accade ad esempio nel caso di “Serpent’s Feast” e “The Great Void”, canzoni mefistofelicamente ammalianti che fanno emergere il lato in certo qual modo oscuramente “romantico” della musica dei nostri amici.

E quindi anche se il gruppo resta fedele alla propria impostazione riesce ad offrire all’ascoltatore un’ampia varietà, che si sostanzia nella continua alternanza tra passaggi violenti ed altri più “morbidi” e sulfurei, frutto di uno sforzo compositivo non scontato. Tirando le somme “Unholy Trinity” è un album al tempo stesso maturo e genuino, ben scritto da musicisti che indubbiamente conoscono tutti i trucchi del mestiere ma che non si sono limitati a svolgere il compitino da dare in pasto ai propri sostenitori. E considerata la carriera ultratrentennale i Lord Belial avrebbero potuto benissimo “sbattersi” molto meno e affidarsi al pilota automatico, come del resto fanno in molti. Chi li segue da tempo di sicuro non resterà deluso; per chi invece non li avesse mai ascoltati questo disco potrebbe rappresentare un buon approccio, anche se personalmente consiglio di recuperare comunque i primi tre lavori, che a mio modesto parere restano ad oggi le gemme più splendenti nella loro discografia.









