Il Church Of Crow è un appuntamento ormai imperdibile per gli appassionati di doom metal, giunto al prestigioso traguardo della quarta edizione e forte di una location inimitabile, la chiesa sconsacrata di San Giuseppe a Pinerolo, che offre una cornice di blasfema sacralità unica nel suo genere a queste sonorità funeree e malinconiche. Abbiamo deciso di raccontarvelo con poche parole, poetiche, pesanti e paludose come le note di una canzone doom che ti entra nelle viscere, lasciando parlare soprattutto le immagini, nella speranza di poter trasportare chi non c’era in quell’atmosfera grigia e autunnale a cui solo il doom metal riesce a dare corpo in maniera così intensa.


Due giorni. Un unico rito. La chiesa sconsacrata accoglie ancora una volta il Church Of Crow Doom Festival, trasformandosi in un luogo fuori dal tempo, dove il suono diventa materia e presenza. Nel primo giorno, i Maison Dieu aprono il varco: “Edera”, “Mandragola”, “Angry Clement”. Oscurità radicata, viva, densa. Un inizio che non è semplice introduzione ma già immersione. Gli Old Night stratificano il suono, tre chitarre come lame, mentre “Mother Of All Sorrows” e “Stormbirds” guidano i presenti in una dimensione sospesa tra malinconia e trascendenza. Le voci si intrecciano, il pubblico segue. Gli Of The King evocano il passato: “Come To The Sabbath”, “Melissa”. Non nostalgia, ma culto che continua a vivere sotto la superficie in onore del Re Diamante. I Procession dominano. Monolitici. Doom puro, pesante, inevitabile: “Chants Of The Nameless” , “Outrorgasm” , “When Doomsday Has Come”. I Sad Symphony riportano in vita ciò che non è mai davvero scomparso: “Black Light”, “Sad Symphony”. Memoria che si fa carne, suono che torna a respirare. I Funeral chiudono il ciclo del dolore. Lento. Solenne. Ogni movimento, ogni nota, sembra parte di una liturgia. La chiesa respira con loro. Il secondo giorno scende più in profondità. Fin dalle prime ore il suono si fa più grave, più terreno. I Dio Nero aprono con visioni di dualismo e decadenza:“ Eternal Pestilence” , “The Perfection Of Evil” , “Deepest Burial”, mentre gli Swarm Chain richiamano forze primordiali, legate alla terra e al sangue con pezzi come “Cernunnos” e “The Storm Within”. I Dionysiaque officiano il rito: “La Vierge Noire”, “Evohe”. Non semplici brani, ma formule, invocazioni. I Monolithe sospendono il tempo. Le strutture si allungano, si deformano. Non c’è più inizio né fine, solo flusso: “Synoecist” , “Onset Of The Eighth Cycle”. Gli Excruciation portano il peso degli anni, una presenza che affonda nelle radici stesse del genere: “Bleeding” , “Haunted”. I Doomas aprono portali: “Yog-Sothoth” , “Hounds Of Tindalos”. L’orrore cosmico si insinua tra le navate, silenzioso ma inevitabile. Poi, il culmine. Gli Esoteric. “Stygian Narcosis”, “Culmination”. Non musica. Attraversamento. Quando tutto finisce, resta solo il silenzio. E la sensazione che quel luogo abbia visto qualcosa che non tornerà.














