Se buona parte dell’underground black metal europeo continua a riciclare foreste nebbiose, castelli in rovina e concetti filosofici presi da Instagram, i Dauþuz invece continuano a scavare nelle loro miniere tra uranio, silicosi e collassi strutturali. Questo “Todeswerk: Uranium II”, nuovo parto della band tedesca, suona esattamente come il precedente capitolo e si allontana definitivamente dal romanticismo quasi folkloristico dei primi lavori: qui ci sono solo polmoni anneriti, acqua contaminata e uomini trasformati in concime radioattivo per la gloria dell’industria mineraria. Nulla da dire, musicalmente i Dauþuz fanno ancora i Dauþuz, con accorgimenti tecnici e stilistici più accurati ma con le solite chitarre che costruiscono trame malinconiche e ipnotiche tra tremolo picking continuo, riff ciclici, strutture lunghe, e quella loro capacità di rendere memorabile anche il quinto minuto dello stesso pattern melodico. La differenza rispetto al precedente “Uranium” sta nel fatto che il suono è diventato più pesante, ostile e claustrofobico senza perdere l’attitudine malata che già conosciamo. Quarantaquattro minuti di nichilismo che non lascia scampo e imprigiona l’ascoltatore nell’oscurità del sottosuolo, con “Joachimsthal / Jáchymov” ad aprire il disco come una pala meccanica lanciata con forza in faccia, il riff principale che gira in loop mentre la batteria pesta senza inutili virtuosismi.

Ed è proprio in questi frangenti che i Dauþuz emergono dall’anonimato della scena atmospheric: non riempiono i pezzi con cento riff ma prendono un motivo melodico, lo trascinano sottoterra e lo fanno marcire lentamente finché non diventa parte del contesto, e lo dimostrano brani concreti e cattivi come “Der Turmdes Todes” o “Des Häftlings Bergmannstod”, che non cercano nemmeno lontanamente il lato eroico o fantastico del black metal. I tedeschi si affidano a una produzione volutamente retrò: nessuna triggerata sterile da black metal “moderno”, nessuna patina cinematografica da colonna sonora Netflix, tutto è analogico, con un suono sporco ma equilibrato, tra chitarre come lame arrugginite, il basso comunque in prima linea e la batteria che mantiene un tono organico e cavernoso che conferisce al disco la consistenza di una galleria umida.

Certo, il disco è lungi dall’essere perfetto. Come ogni lavoro dei Dauþuz la similarità nei pezzi è costante e alcuni passaggi rischiano di rovinare su sé stessi anche per via di una durata generale che tende alla prolissità. Ma effettivamente lamentarsi della monotonia in un album dei Dauþuz è un po’ come criticare una betoniera perché gira troppo. Piacciano o meno, disco dopo disco i tedeschi hanno creato un’identità immediatamente riconoscibile e dato corpo ad un’atmosfera peculiare e diversa dai consueti luoghi comuni, e già solo per questo sono meritevoli del nostro e del vostro rispetto. “Todeswerk: Uranium II” ribadisce il concetto: in fondo non è un disco da ascoltare ma ha più le sembianze di un turno di lavoro sottoterra senza maschera protettiva.









