I Vafurlogi tornano con “Gneisti Af Eldi Guðs” (ovvero “scintilla del fuoco di dio”), secondo album in studio per la band islandese, che raccoglie composizioni risalenti addirittura al 2007: opere latenti negli archivi dei musicisti lasciate a maturare, riprese e rielaborate per assumere la loro forma definitiva nel corso degli anni in un’opera di black metal di pura matrice autoctona, maestosamente melodico. Il sound islandese è balzato all’attenzione globale nei primi anni dieci come entità a sé stante, ben lungi dall’essere una copia della vecchia scuola norvegese: un sound caratterizzato da suoni geometrici e claustrofobici, che si pone come avanguardia evolutiva della corrente “religiuos/othodox” emersa nei primi duemila, unendo alle dissonanze strutture stratificate ed imprevedibili con assalti al fulmicotone. I Vafurlogi (termine islandese che significa “fuoco fatuo”) sono il progetto di Þórir Garðarsson, già mente e chitarrista degli sciolti Svartidauði, in forza anche nei Sinmara, che qui si occupa di voce, basso e chitarra.

Rispetto all’esordio del 2024 “Í Vökulli Áþján”, composto in una sessione breve di tempo, in questo nuovo album emerge la vera anima dei Vafurlogi: un disco carico di fervore a tratti cupamente sinistro e a tratti celestiale; l’album riesce ad essere evocativo e, a suo modo, grazie ai suoni puliti ed alla produzione cristallina, ad avere un piglio quasi cinematografico e solenne. Qui il contrasto in chiaroscuro tra la disperazione e la spinta trionfale della melodia raggiunge il suo apice. La commistione di riff melodici a dissonanze ed assalti brutali rispecchia in toto la terra dalla quale la band proviene: una terra fatta di roccia vulcanica, zolfo, ghiacciai e oscurità. I Vafurlogi si pongono come l’ideale via di mezzo fra la dissonanza caotica degli Svartidauði e la forte carica aggressiva dei Misþyrming, condendo il tutto con chorus in voce pulita e anche soluzioni di pianoforte (come nell’opener e nella traccia conclusiva) per rafforzare il piglio da colonna sonora dell’apocalisse. Rispetto alle due band compaesane citate il sound dei Vafurlogi risulta più digeribile perché purificato dagli eccessi di dissonanze: questo “addomesticamento” può essere un punto di entrata più morbido per chi vuole approfondire il suono della terra del ghiaccio e del fuoco.

Dal punto di vista lirico l’album esplora il rapporto dell’uomo con il sacro in senso esistenziale, un’ode alla sfuggente fiamma tremolante che illumina e dilania. La copertina con le sue sfumature umbratili, realizzata da Void Revelations e Heresie Studio, riflette questo gioco tematico e musicale tra oscurità e luce. La produzione, ricca di spirito ma priva di eccessi, concede ai brani lo spazio per ardere con chiarezza, con un risultato di tutto effetto. Esempi esplicativi del discorso e tracce che spiccano nella tracklist sono “Af Heilagri Heift”, con i suoi assalti in combinazione ad arpeggi davvero ispirati e vocals dal tono declamatorio, e “Að Handan” che parte con un assalto sulfureo ed evolve in passaggi nitidi di tremolo.

A voler cercare il proverbiale pelo nell’uovo si notano una certa ridondanza man mano che ci si avvicina alla fine dei quasi cinquanta minuti di durata dell’album, ed un insistito riutilizzo delle soluzioni che alla lunga può stancare. In definitiva siamo però di fronte ad un ritorno notevole per la band, che supera a mio parere l’esordio e pone di diritto il gruppo come uno dei portabandiera del sound islandese all’estero. Ascolto caldamente consigliato a chi si nutre di pane, rigorosamente di segale, e black metal islandese, e anche a tutti coloro che apprezzano i lavori targati Norma Evangelium Diaboli, label che nel corso degli anni ci ha ben abituato con uscite di qualità.









