Emersi dalle ombre della scena estrema tedesca nel corso dello scorso decennio, gli Hadopelagyal si sono rapidamente imposti come uno dei nomi più enigmatici del panorama black/death metal europeo. Il loro stesso monicker che richiama la zona adale (la fascia più profonda e inesplorata degli oceani) ed evoca le profondità più abissali e inaccessibili, dove la luce cessa di esistere e la pressione schiaccia ogni forma di vita, funge da dichiarazione d’intenti estetica e concettuale: la band non mira a intrattenere ma ad inabissare l’ascoltatore in una dimensione di inospitale oscurità.

Dopo essersi fatti notare con la demo d’esordio nel 2018 e aver consolidato la propria reputazione negli ambienti underground con un paio di split, il combo di Lipsia ha trovato la propria dimensione con il debut album “Nereidean Seismic End” e il successivo “Haematophoryktos”, che hanno rivelato una formazione capace di fondere la furia monolitica del death metal cavernoso con la tensione rituale e l’atmosfera claustrofobica del black metal più esoterico. Evitando i più diffusi luoghi comuni del genere e mantenendo un rigoroso anonimato, gli Hadopelagyal hanno costruito un’identità sonora e iconografica personale, dominata da concetti quali dissoluzione, abissi insondabili e liturgie ermetiche.

Grazie ad Amor Fati la band torna oggi a riemergere dalle abissali cavità pelagiche con questo nuovo ep, che in una ventina di minuti perfeziona la formula soffocante, singolare e disturbante già sperimentata in passato. Fin dall’attacco di “Heptaporous Deathchant”, l’impressione è quella di venire inghiottiti da un vortice di materia organica e liquida. Le chitarre, impostate su accordature ribassate e saturate da una produzione densa e priva di orpelli moderni, tracciano riff tellurici che richiamano l’incedere di realtà come Teitanblood e Portal. Tuttavia gli Hadopelagyal non si limitano alla mera aggressione sonora: la struttura dei brani rivela infatti un’attenzione quasi maniacale per le dinamiche e la tensione. La successiva “Dakryopneumatic Canticles” mette in mostra la componente più atmosferica e ritualistica della band: il lavoro dietro le pelli passa con naturalezza da blast beats serratissimi e asfissianti a rallentamenti doomy cupi e cavernosi, sui i quali si staglia un cantato disumano, declinato in uno screaming riverberato e cavernoso, alternato a rantoli e litanie quasi liturgiche. Il fulcro dell’opera risiede nella terza traccia “Tombwake Liturgeia”, brano di quasi otto minuti in cui la band esprime appieno il proprio proclama: qui la furia cede il passo a una costruzione ipnotica, fatta di arpeggi dissonanti, feedback e tessiture sonore che sembrano trasudare umidità e putrefazione. La chiusura affidata a “Dreadveil Ereboklast” riprende le redini dell’assalto frontale, terminando il lavoro con una spirale di violenza cieca e nichilista.

“Zalmathic Necroichorion” non offre particolari concessioni all’accessibilità né soluzioni di comodo. È un lavoro ostico, denso e rigoroso, pensato per essere assimilato nella sua interezza. Con questa release, gli Hadopelagyal confermano la propria caratura all’interno del roster Amor Fati, offrendo una prova di forza che ribadisce come il black/death metal occulto possa ancora risultare genuinamente minaccioso, oscuro e vibrante.









