Dopo un demo e tre anni di attività giunge il tempo dell’esordio sulla lunga distanza per gli svedesi Wékeras, il cui nome dovrebbe significare “sera” nell’antico idioma indoeuropeo. Questo primo, lugubre tassello risponde al nome di “Do Wirów, Do Krzyków”ed è una delle cose più putride e retrò che ho avuto modo di ascoltare di recente. Questi quattro signori sembrano avere le idee ben chiare su cosa offrire ai propri ascoltatori, ovvero un black metal primordiale, debitore della classica scuola norvegese, che affonda però le proprie radici nelle primissime incarnazioni proto-black/thrash e first wave del genere in quanto a irruenza e furia nichilista. E ciò a dispetto di una copertina quasi “bucolica”, che avrebbe potuto indurre a sospettare un contenuto musicale decisamente più atmosferico. Un disco che indubbiamente riporta indietro nel tempo, tra le quattro mura di qualche scantinato umido e puzzolente, con i suoi suoni ruvidi lontani anni luce da qualsiasi accorgimento moderno che tuttavia non risultano fastidiosi e rendono giustizia ai vari strumenti grazie ad un mix finale comunque abbastanza equilibrato.

Black metal che incontra l’arroganza del punk; nulla di strano se ci pensiamo, si tratta di un mix utilizzato già a inizio anni novanta (leggasi Ildjarn) e ripreso da molte band, perché effettivamente i due generi sono legati musicalmente da un fil rouge, quello dell’impatto e della violenza dei riff che può sfociare in un massacro sonoro o trasformarsi in memorabili melodie. In questo caso le melodie sono confinate in piccoli spazi perché i Wékeras basano essenzialmente la loro proposta sulla prepotenza ancestrale, accompagnata dalla fresca ingenuità di un suono quasi tribale formato da pochi e semplici ingredienti, quelli consueti.

Up tempos e blast beats cuciti insieme dalle cascate di riff e dai vaneggi disarmonici del chitarrista Horreur, autore di un buon lavoro, e incorniciati dalle urla laceranti della singer JRMR, al secolo Joanna Jaromira Kaim, capace di spaziare tra vocals strazianti e acuti anni ottanta. Singer di origini polacche ed ecco il motivo (immagino) per cui titolo e testi sono in polacco e le liriche sono principalmente incentrate sul folklore slavo e più in generale su tematiche a sfondo horror. In definitiva “Do Wirów, Do Krzyków” è un lavoro semplice ma ben realizzato, un concentrato di energia forte soprattutto della propria ruspante genuinità che in qualche modo riesce a brillare, specie se confrontato con le diverse uscite più blande che mi sono passate di recente tra le mani. Un ascolto è senz’altro consigliato.









