“The Dragging Poison” è uno di quei dischi che, nel bene e nel male, fin dalle prime note ti riporta indietro ai mai troppo compianti anni novanta. Sarà per le tematiche affrontate nei testi, legate all’antico folklore europeo, al vampirismo e ai culti demoniaci (tutti argomenti molto cari al black metal che fu), sarà soprattutto per quel suono minimale e ossessivo e quell’aura inconfondibilmente lunare, fatto sta che l’effetto è proprio quello. Se non sapessimo che si tratta di un album uscito nel 2025 potremmo essere convinti di ascoltare qualche lavoro, magari minore e dimenticato, di una delle innumerevoli band che affollavano la scena underground quando il genere era ormai definitivamente uscito dalle catacombe e cominciava ad imporsi all’attenzione di un pubblico più vasto. Noirsuaire (in italiano “sudario nero”) è un progetto transalpino, una one man band dietro la quale si cela il factotum N., coadiuvato da Agravh alla batteria, qui al suo debutto sulla lunga distanza dopo una seria di ben cinque ep pubblicati tutti nel 2024. Un album, come recita la presentazione, “(…) registrato in solitudine in una soffitta sul lato francese dei Pirenei (…)” e “(…) concepito in isolamento (…)”, che “(…) canalizza lo spirito crudo e arcano del black metal francese underground di fine anni novanta (…)”, appunto. E in effetti direi che ci siamo perché è innegabile che il solitario N. tragga spunto a piene mani da gente come Bekhira e Seigneur Voland. Ma è altrettanto innegabile che si lasci influenzare in maniera evidente anche da un certo sound di matrice svedese, dal sapore più occulto, e quindi in sostanza da realtà come Nåstrond o primi Marduk e Setherial.

Un approccio stilistico certamente non nuovo per le orecchie di quanti sono cresciuti con questo genere di sonorità, che tuttavia il nostro amico riesce a fare proprio e a riproporre con una discreta convinzione, concedendo ampio spazio alle sfuriate al fulmicotone senza tuttavia tralasciare passaggi di più ampio respiro, impregnati di sinistre melodie.

Su questo equilibrio, come detto molto classico e per nulla sorprendente ma comunque funzionale, si reggono pezzi solidi e piacevolmente maligni come l’opener “The Trance Of Bedless Bones”, la title track, “Enshrouded In Rabid Repugnance” e “Fogged By The Leaves Of Pestilence”, dedicata al recentemente scomparso Nisse Karlén dei Sacramentum.

In un disco così concepito è quasi inevitabile che i brani finiscano per somigliarsi l’uno con l’altro, tutti costruiti sulle medesime strutture e giocati sulla medesima commistione tra aggressione violenta e atmosfere soffocanti, cosa che per alcuni potrebbe rappresentare un limite, specie perché non è sempre facile mantenere costantemente alta la tensione emotiva. Ecco che allora diventa a suo modo importante anche l’intermezzo liturgico “Interlude – Withering Veins”, opera dell’organista Mildrac, che va a spezzare un susseguirsi di pezzi simili tra loro risvegliando l’attenzione dell’ascoltatore. Come concludere? Niente di meglio, ancora una volta, che le parole della presentazione: “(…) “The Dragging Poison” non è un tentativo di innovazione, è una dichiarazione di devozione, un calice avvelenato offerto a coloro che ancora venerano l’essenza fredda e selvaggia del black metal così com’è (…)”. Ah, gli anni 90…









