Nella nebbiosa e affollata steppa del black metal atmosferico emergere non è più solo una questione di ortodossia ma di visione. I Paisaunt, con il loro debutto sulla lunga distanza “Life And Other Horrors”, si muovono con passo lento ma deciso lungo il crinale che separa introspezione e dissoluzione, consegnandoci un lavoro che non sembra interessato a colpire bensì a consumare visceralmente. C’è un tipo di oscurità che non nasce nella notte ma nella luce smorzata dei campi, in quei pomeriggi assolati e immobili dove il vento si ferma e tutto sembra sospeso: i Paisaunt appartengono a questo spazio, non l’abisso cosmico ma la terra delle campagne desolate. Qui il black metal perde gran parte della sua dimensione urbana e claustrofobica per assumere una forma più antica, quasi bucolica, di sottofondo musicale ad una natura che osserva, assorbe e dimentica, creando una sorta di angoscia controllata. Chi avesse già avuto a che fare con “Primitiue Blak Metal” (scritto proprio così), ep di debutto della one man band finlandese, sa bene di cosa sto parlando, e fin dall’apertura quest’album ribadisce il concetto: niente blast beat incessanti né riff nel senso tradizionale del termine, ma una costruzione paziente della tensione attraverso stratificazioni chitarristiche e spazi sonori che si espandono e si contraggono come un respiro affannoso. È un approccio che richiama, a dispetto della provenienza geografica della band, il filone USBM meno legato al puro isolazionismo misantropico di matrice scandinava, e più orientato invece a una forma di tormento esistenziale diffuso.

Questo costante sentimento di disagio viene alimentato minuto dopo minuto da chitarre che si distendono come linee d’orizzonte sfocate, ripetitive e circolari, spesso più vicine alla drone music che al black metal più canonico: non costruiscono strutture ma dipingono paesaggi che fondono insieme serenità e inquietudine puntando tutto su un flusso continuo e ipnotico che rinuncia deliberatamente alla dinamica in favore di una sorta di stasi emotiva. È musica che sembra emergere dalla terra stessa, fatta di pochi elementi che si trasformano lentamente, come erba che cresce o legno che marcisce, con i pattern che si rincorrono senza fretta, creando una sensazione di tempo dilatato, quasi stagionale. La produzione dal canto suo conserva la ruvidità necessaria a non spezzare l’incantesimo: è grezza ma ariosa, non soffoca ma lascia spazio come un campo aperto appena arato in un tiepido pomeriggio di tarda primavera, chiara a sufficienza da evitare la confusione fine a sé stessa che affligge molta spazzatura underground. La voce completa il quadro onirico, distante e acre, come portata dal vento da un luogo lontano e indefinito, non pretende di dominare la scena ma semplicemente di farne parte. La missione di “Life And Other Horrors” sta nell’evocare un sentimento che non ha nulla di spettacolare. È un orrore lento, naturale, quasi inevitabile: quello del ciclo, della ripetizione, dell’assenza di scopo.

Non c’è alcun elemento tragico che funge da highlight ma una costante ed estrema coerenza che crea un senso di alienazione, di vuoto che non esplode ma si trascina per tutta la durata del disco. Zannibal (questo il nome del factotum che sta dietro al progetto) sembra rifiutarsi di rompere questo flusso ossessivo senza curarsi della spiccata monotonia dal retrogusto old school che trasuda da ogni nota del disco. Ed in questa fedeltà c’è il rischio di appiattirsi creando pochi momenti che restano davvero impressi perché tutto si muove su una linea bassa, costante, che restituisce una sorta di ansiogena incompiutezza. Ma forse è proprio questo il punto. Come un paesaggio da osservare con attenzione “Life And Other Horrors” non si comprende immediatamente, richiede tempo e disponibilità a perdersi. Un disco da attraversare lentamente, che non cerca di innovare o impressionare ma sceglie di scavare in una dimensione più silenziosa, più terrena ma non del tutto comune, dove l’orrore non è un evento ma la condizione stessa del vivere.








