La scomparsa di Cronos mi ha colpito come un treno in corsa. Sì, perdonatemi, questo pezzo è un tantino autoreferenziale. Sarà perché la notizia è arrivata in un giorno già di per sé complicato, sarà perché non più tardi di qualche mese fa scrivevo proprio su questo sito, e in toni piuttosto entusiastici, dell’ultimo album dei Venom. Non solo: a luglio ho assistito a quello che adesso possiamo affermare essere stato uno dei loro ultimissimi concerti, in quel del Luppolo In Rock di Cremona. I Venom hanno fatto un grande show e Cronos era in forma smagliante, tanto che mia moglie, totalmente all’oscuro di chi fossero o cosa significassero, si sorprese nel constatare quanto fosse in forma quel 63enne dai radi riccioli rossi e dalle braccia da body builder. E soprattutto perché Conrad Thomas Lant era, anzi è e sempre sarà, ai primissimi posti della mia classifica di idoli assoluti.

Da giovane metallaro, i Venom costituivano quel ponte perfetto tra il metal più classico e melodico e quello underground ed estremo che poi avrei imparato ad amare visceralmente. Avevo il suo poster in camera, avevo comprato un basso uguale al suo e nell’armadio ho ancora una felpa di Black Metal che ho indossato talmente tante volte che si è quasi stufata di esistere. È stato tanto Cronos. Un punk di Newcastle, un tecnico del suono, prima il chitarrista, poi il bassista di un gruppo che doveva chiamarsi Guillottine e che poi cambia nome in Venom. E quando il primo cantante, Clive “Jesus Christ” Archer, se ne va, anche vocalist e frontman. Se prendete qualunque disco metal del 1981 e poi Welcome to Hell, vi accorgerete facilmente di quanto loro fossero diversi da tutti gli altri. Più grezzi, più pesanti, più rumorosi, più avanti. E poi, se i Black Sabbath scappavano dal Diavolo, i Venom ci andavano incontro, lo invocavano, lo adoravano. E così, con una semplice provocazione atta a scioccare e ad attirare l’attenzione, tutta l’iconografia del black metal prende vita. Il satanismo dei Venom era questo. Crasso, becero, esagerato e con una buona dose di ironia e, proprio per questo, più passionale e veritiero di quello di chi invece, anni dopo, lo prenderà fin troppo sul serio.

Dopo Black Metal e At War with Satan, dischi la cui grandezza è superfluo ricordare, il gruppo entra in crisi, con i primi contrasti fra Cronos e i sodali Mantas e Abaddon. Sopravvivono fino al mediocre Possessed del 1985; poi, con una line-up rinnovata, Cronos cerca di strizzare l’occhio a un pubblico più ampio e il risultato è Calm Before the Storm che, a parte un paio di pezzi, è un disastro sia di critica che commerciale. Tony “Demolition Man” prende il suo posto, Mantas e Abaddon tornano all’ovile, ma chi ha lasciato la baracca è proprio Cronos, che tenta una carriera solista passata sostanzialmente inosservata. Visti i rispettivi insuccessi, Cronos, Mantas e Abaddon ripongono l’ascia di guerra e si rimettono in pista per la seconda incarnazione della band. Cast in Stone è un buon ritorno, anche se è Resurrection, contrassegnato da un suono molto più moderno e compresso, a rimettere i Venom in carreggiata, dopo che per anni erano stati utilizzati soprattutto come termine di paragone per le band emergenti.

Le cose però si spezzano ancora una volta e Cronos è costretto a ricominciare da capo, con una nuova formazione. Assolda il fratello Anton, poi ancora cambi e una serie di dischi, da Metal Black del 2008 a Into Oblivion di quest’anno, che spaziano tra il terribile e l’eccellente, in una carriera musicale lunga 46 anni. Nella vita di tutti i giorni, il Sig. Lant era un gestore di palestre e un appassionato di sport estremi, ma non solo. Un giorno del 2002, una caduta durante una scalata lo costrinse a una lunga pausa dalla musica e dal suo lavoro. Così si mise al PC e trovò una nuova passione e una nuova professione. Imparò programmazione informatica e modellazione 3D, tanto da trovare lavoro in una compagnia del settore. Chi l’avrebbe mai detto per uno che gli stereotipi vorrebbero, al massimo, a trapanare strade con un martello pneumatico o in un’officina a riparare vecchie motociclette? Ciò che lo ha reso immortale, però, è la sua voce. Un inconfondibile ringhio, potente, aggressivo e spietato ma anche ampio ed espressivo allo stesso tempo, capace di disegnare linee vocali indimenticabili. E inoltre la sua energia, il suo entusiasmo, il suo amore per le esibizioni live dove dava sempre il meglio di sé stesso. I Venom non sono mai stati i migliori, neanche lontanamente i più tecnici, sono caduti in disgrazia, si sono separati in più entità differenti, secondo alcuni hanno smesso di essere rilevanti dal 1982.

Eppure, contare i gruppi che si sono ispirati ai Venom è impossibile. Dagli Slayer – che a inizio carriera gli facevano da spalla – ai Possessed, dai Sarcófago ai Darkthrone, dai Sodom ai Sabbat, dai Destruction ai Death SS, facendo finta di credere alla versione di Quorthon che affermò di non aver ascoltato i Venom, almeno fino all’uscita di Bathory (avvenuta nel 1984, cioè due anni dopo Black Metal). Senza dimenticare le band di più recente formazione che nel monicker portano nomi di loro canzoni e/o la cui ispirazione è talmente evidente da rischiare il plagio: i tedeschi Burstin’ Out e i liguri Hellcrash, giusto per fare due nomi. E questo è un onore destinato esclusivamente alle leggende. Cronos lo era già in vita e adesso lo è anche nella morte. Ma lasciamo perdere la retorica strappalacrime: l’avrebbe odiata. Quindi niente celebrazioni solenni. Solo un grazie. Per aver cambiato per sempre l’heavy metal. E, di riflesso, anche la mia vita. E sono certo di non essere stato il solo.
“Live like an Angel, Die like a Devil
Got a place in hell reserved for me
Live like an Angel, Die like a Devil
Gonna burn in hell that’s where I am gonna be”









