La storia recente ci ha insegnato che i nostri cugini d’oltralpe, maestri dell’avantgarde, grandi compositori e innovatori, sfornano spesso dischi dal piglio sperimentale (e non solo) degni di nota, e a proposito citerei le ultime uscite targate Berlial, Borgne e Hasard, delle quali ci siamo occupati sulle nostre pagine virtuali e di cui consiglio caldamente l’ascolto. Ho forse un’inguaribile fissazione per le band francesi? Non lo so amici lettori, fatto sta che mi ritrovo nuovamente per le mani l’album di un gruppo transalpino, e precisamente l’opera prima dei Sainte Obyana Du Froid, duo composto dal polistrumentista Hylgaryss e dalla cantante Obyana. “The Purest Ending”, per usare le stesse parole dei musicisti “è un concept metafisico sull’inverno e sul suicidio, è l’incontro mistico tra Obyana la Santa e il freddo assoluto, con il quale desidera diventare una cosa sola mentre muore sotto la neve, così da entrare in comunione con la natura e con il tempo”. Tre tracce dal minutaggio piuttosto importante per quasi quarantacinque minuti di puro atmospheric depressive black metal, impetuoso, oscuro e travolgente. “One With Winter” apre questa impegnativa avventura sonora e, come in ogni ouverture che si rispetti, il pathos e l’atmosfera sono protagonisti: un vento sferzante è lo sfondo per un coro dall’afflato clericale accompagnato da un synth tagliente e gelido, preludio al cantato di Obyana, leggero e suadente come un fiocco di neve che cade lentamente dal cielo.

La qualità compositiva sembra immediatamente di alto livello e si mantiene tale per tutta la traccia, con sezioni di puro black metal, veloce e ferale, che si alternano a momenti più rilassati e fluidi, dove chitarre arpeggiate e synth si intrecciano e si prendono la scena. La successiva “Each With Infinity” si muove in sostanza lungo le medesime coordinate stilistiche e strutturali, palesandosi come il classico pezzo di transizione, un collante dal piglio più violento e dal ritmo più sostenuto che conduce al pomposo finale di questo funebre cammino invernale. La conclusiva title track, nonostante i diciotto minuti di durata, scorre perfettamente grazie ad un’invidiabile varietà interna e rappresenta la summa del disco, di cui scolpisce i tratti essenziali attraverso una mirabile fusione di stili che creano una lega indistruttibile all’insegna di un black metal decisamente teatrale. Peccato solo per una produzione che a mio giudizio sacrifica un po’ troppo la bella voce di Obyana, che avrebbe meritato maggior risalto nell’economia complessiva del lavoro. Siamo comunque di fronte a un debutto di tutto rispetto, che si potrebbe tranquillamente definire come una piccola opera black in tre atti, un viaggio introspettivo ben studiato ed eseguito, capace di catturare l’anima tra contemplazione, malinconia e bianca bellezza. Probabilmente non per tutti; piacerà soprattutto agli amanti del black metal dalle tinte atmosferiche e depressive.









